NOVA
in

Der Zauberberg -

« luglio 2007 | Principale | settembre 2007 »

agosto 2007

31/08/07

Genoma della vite

In questi giorni a Trento si avverte una certa fibrillazione, nata attorno ad una polemica scientifica. La cosa in sè non è negativa: è bene che il dibattito pubblico si interessi al lavoro di ricercatori e scienziati. Va meno bene quando questo interesse si polarizza in semplificazioni da tifo sportivo. Ancora meno bene quando il tifo prende partito solo contro la squadra di casa.

I fatti non si lasciano riassumere semplicemente, e questo certo ha contribuito ad una trattazione in cui ha finito per prevalere la ricerca mediatica di un vincitore e di uno sconfitto. Ma la ricerca scientifica raramente trae beneficio da questa drastica riduzione della complessità.

La vicenda riguarda il sequenziamento del genoma della vite: un progetto di ricerca al quale hanno lavorato diversi gruppi a livello mondiale ma che, in tempi più recenti, ha visto operare parallelamente un gruppo trentino (che fa capo all'Istituto agrario di San Michele all'Adige) e un'alleanza franco-italiana (con la partecipazione di diverse università del nostro paese). Tra i due gruppi vi sono state fasi di collaborazione e fasi di competizione, come accade normalmente. La disputa che però si è aperta negli ultimi giorni riguarda il problema della primogenitura del sequenziamento e il suo riconoscimento da parte della comunità scientifica.

Le posizioni si possono riassumere in questi termini. I trentini rivendicano di avere concluso per primi il lavoro, con il deposito delle sequenze in banche dati internazionali avvenuto nel dicembre del 2006 e la successiva presentazione ad  una conferenza internazionale (San Diego, USA) nel gennaio 2007. A quel momento l'Istituto agrario di San Michele aveva una copertura pari a 11 volte il genoma (11X), contro una copertura del gruppo franco-italiano pari a 6 volte (6X). Successivamente nel corso dei primi sei mesi del 2007 i trentini hanno curato l'assemblaggio e l'analisi delle sequenze, ottenendo un'assegnazione ai 19 cromosomi della vita dell'86 per cento del DNA (in pratica tutte le seguenze sono state "ancorate" eccetto quelle altamente ripetute, difficili da collocare correttamente e - in quanto povere di geni - meno interessanti). Solo a questo punto, ritenendo che vi fosse la completezza di dati adeguata a sostenere il confronto con la comunità scientifica internazionale, è cominciata la predisposizione della pubblicazione da sottoporre a riviste scientifiche internazionali autorevoli e referate. L'articolo a metà agosto è stato inviato alla rivista Science.

Per contro il gruppo franco-italiano ha scelto un'altra strada. A febbraio, come si è detto, aveva un sequenziamento 6X e al momento della sottomissione dell'articolo alla rivista Nature il lavoro di ancoraggio del DNA sui cromosomi era pronto al 59 per cento. Sulla base di questi dati meno completi (infatti la pubblicazione del sequenziamento completo è stata annunciata per dicembre 2007) l'alleanza del progetto VIGNA ha comunque ritenuto di sottomettere un articolo a Nature, utilizzando il genoma sequenziato per presentare una tesi sull'evoluzione della vite in tempi remoti. Indirettamente, pubblicando il lavoro con il titolo "The grapevine genome sequence suggests ancestral hexaploidization in major angiosperm phyla", la rivista ha riconosciuto ai ricercatori franco-italiani il merito di aver completato il sequenziamento. In verità, come detto, il lavoro di sequenziamento-assemblaggio-ancoraggio non è ancora completo ma il gruppo franco-italiano ha comunque ritenuto di proporre un'ipotesi di interpretazione.

Un'altra circostanza va tenuta in considerazione. I ricercatori trentini e i ricercatori del progetto VIGNA sono partiti da due punti di diversa complessità: a Trento si è scelto di sequenziare il genoma del Pinot nero coltivato (eterozigote),  dunque una varietà commerciale, mentre l'alleanza franco-italiana ha preferito un derivato da laboratorio (omozigote). Come riconosce lo stesso Michele Morgante, ricercatore italiano del progetto VIGNA: "il primo approccio è più ambizioso e quindi anche più complesso e costoso e presenta problemi computazionali ardui per l’assemblaggio della sequenza e mai affrontati prima d’ora in campo scientifico. Offre in compenso una maggior ricchezza di informazioni. Il secondo approccio è un percorso più diretto e quindi sicuro per quanto riguarda il risultato da raggiungere, dà una informazione più robusta per quanto riguarda l’organizzazione del genoma, è meno costoso e per contro meno ricco di informazioni sulla variabilità genetica presente nelle viti coltivate".

Infatti nella pubblicazione su Nature la cordata franco-italiana fa riferimento (tabella 1) all'uso di 409 marcatori molecolari, mentre i trentini di IASMA hanno usato 1356 marcatori di posizione sui cromosomi ottenendo un considerevole numero di polimorfismi mappati sul genoma (2.000.000). Questa maggiore ricchezza di informazioni sulla variabilità genetica rappresenta uno strumento fondamentale per il miglioramento della vite e interpreta al meglio il ruolo dell'Istituto di San Michele, che ha il breeding come missione. La decodifica del genoma infatti rappresenta solo l'inizio del lavoro.

Dalla pubblicazione su Nature è conseguita ovviamente una ripercussione sulla sottomissione a Science dell'articolo di IASMA. Ai ricercatori trentini, perchè il lavoro possa essere sottoposto a referaggio, è stato richiesto di differenziare maggiormente il proprio contributo rispetto al gruppo franco-italiano. A questo punto, con una base di dati più estesa e completa, lo IASMA ha prodotto una propria ipotesi sulla duplicazione del genoma che diverge da quella presentata su Nature. Il seguito di questa vicenda dirà quale delle due ipotesi risulterà più corretta.

Detto questo, vale la pena di fare qualche considerazione.  Come è palese, per orientarmi in questa materia ho parlato più volte con i ricercatori dell'Istituto di San Michele - Roberto Viola e Riccardo Velasco - e con Francesco Salamini, tra i più autorevoli esperti italiani e membro del consiglio scientifico di IASMA. A loro ho chiesto di spiegarmi e quel che precede è quanto ho capito. Eventuali errori sono dovuti evidentemente alle mie limitate capacità di comprensione.

Quel che però spero di aver chiarito è che tutta questa vicenda non si lascia riassumere in uno schema vincitore-perdente. I trentini hanno buon titolo nel sostenere che il lavoro che hanno svolto li ha portati, per primi, alla conoscenza più completa e accurata del genoma della vite. I ricercatori franco-italiani hanno però dalla loro la prima pubblicazione su una rivista prestigiosa. Quando ho chiesto ai ricercatori IASMA perchè non abbiano sottomesso prima la propria pubblicazione la risposta che ho ricevuto è che con meno dell'80 per cento delle sequenze ancorate sul cromosoma non ritenevano che il lavoro avrebbe corrisposto allo standard comunemente accettato dalla comunità genomica. Salamini, che di quella comunità è un esponente riconosciuto a livello internazionale, mi ha confermato questa impostazione. Per quanto mi riguarda trovo questa risposta condivisibile: è coerente con la prassi e l'etica del lavoro scientifico.

Capisco le ragioni dell'orgoglio territoriale (o nazionale), ma non credo sia saggio dar loro troppo spazio. La Provincia di Trento ha finanziato e sostenuto la ricerca sul genoma della vite perchè crede che da questa possano derivare sostanziali miglioramenti alla viticoltura. La pur importante questione della primogenitura del sequenziamento (che non minimizzo, ma per quanto detto sopra credo sia difendibile in modo trasparente e scientificamente argomentato) non deve far dimenticare che il progetto genoma ha consentito allo IASMA di formare un gruppo di ricercatori di livello internazionale, che già oggi sono impegnati sulle applicazioni delle conoscenze genomiche a fini di miglioramento genetico. Questo è quello che conta veramente, al di là della disputa accademica.

Quel che invece assolutamente non capisco (e mi sorprenderebbe se fosse davvero pensato e affermato in buona fede) è che questa vicenda avrebbe avuto un esito diverso se vi fosse stato un maggiore attivismo politico-istituzionale per sostenere le ragioni della ricerca trentina, ottenendo più visibilità in ambito nazionale e (chissà per quale motivo) europeo. Chi sostiene questo non ha la minima idea di cosa sia la ricerca scientifica, ne ignora le regole-base, offende il lavoro di quanti vi si impegnano con dedizione e convinzione. Soprattutto, propone un modello di rapporti tra politica e ricerca che capovolge i valori in campo nell'illusione che esistano facili scorciatoie al lavoro duro e rigoroso. Non c'è conferenza stampa o show con tartine che possa garantire la pubblicazione su riviste con referaggio internazionale. Semmai a trarne vantaggio sarebbero solo le società di catering.

CATEGORIE: Scienza

tags: , , , , ,

28/08/07

Il Santo Graal e la Royal Academy of Engineering

Nel giro di non più di cinque anni un'azienda privata come Google potrà avere a disposizione informazioni personali sufficienti per localizzare con precisione i movimenti e le azioni di ogni singolo individuo, attraverso l'uso combinato di strumenti come Google Earth, Google Calendar e Google Health (il nuovo servizio web in fase di rilascio). Questa è la previsione di Nigel Gilbert, professore della University of Surrey che ha curato per conto della britannica Royal Academy of Engineering un rapporto da titolo "Dilemmas_of_privacy_and_surveillance_report " (per una sintesi video, vedi; per una sintesi in slide, leggi).

378

Secondo Gilbert, il motore di ricerca sarà potenzialmente in grado di rispondere a domande del tipo: "Cosa stava facendo Mario Rossi alle cinque di ieri pomeriggio?". La tanto decantata pervasività dell'intelligenza distribuita - che avrà contagiato indumenti, pareti domestiche, spazi pubblici - consentirà di raccogliere informazioni con una precisione ed una capillarità mai conosciute prima.  Informazioni dalle quali la prossima generazione di applicazioni web, guidata da strumenti di interpretazione semantica gradualmente più sofisticati, potrà trarre elementi per farsi un'idea delle nostre stesse intenzioni e future decisioni.

Del resto Larry Page, co-fondatore di Google, alla conferenza annuale dei partner europei (più che appropriatamente intitolata Zeitgeist '06...) aveva descritto così il motore di ricerca dei suoi sogni: "The ultimate search engine would understand everything in the world. It would understand everything that you asked it and give you back the exact right thing instantly".

Questo nuovo Santo Graal, ormai a portata di mano, è un dono inevitabile o possiamo fare ancora qualcosa per sottrarci alla sua presa?

CATEGORIE: Prima pagina

tags: , , , , ,

24/08/07

Scuola da primati

Cosa pensare di un sistema nel quale l'uso delle risorse pubbliche è orientato verso attività in cui il beneficio individuale è più alto del beneficio sociale? Certo qualcosa non va nel verso giusto, specie se il sistema in questione è destinato idealmente a produrre beni pubblici. E' senso comune infatti che l'uso di risorse che appartengono a tutti debba essere graduato in funzione della capacità di produrre risultati di interesse collettivo. Vicerversa quanto più i vantaggi di un intervento si individualizzano, tanto più i costi relativi dovrebbero essere assunti da chi ne beneficia direttamente.

Un principio ovvio, si direbbe. Eppure lo disapplichiamo frequentemente, senza neppure rendercene conto. Caso paradossale di inversione delle priorità è il sistema di finanziamento pubblico del sistema formativo. Ci sono paesi - è l'Italia è tra questi - in cui il costo dell'accesso alla formazione universitaria è quasi interamente a carico del bilancio pubblico, benchè l'alta formazione universitaria sia quella che garantisce il più alto ritorno individuale dell'investimento in quanto rende possibile l'accesso a posizioni professionali meglio retribuite. Mentre in proporzione è più alta la compartecipazione delle famiglie alla copertura dei costi della formazione scolastica, dove i vantaggi di un'istruzione di buon livello e ben distribuita sono invece prevalentemente di tipo sociale.

Nel sistema italiano non si distingue tra investimenti a più alto ritorno sociale, come quelli per la scuola dell'obbligo, e investimenti di cui beneficiano più direttamente i singoli individui.  Altri paesi fanno questa distinzione, scegliendo di dedicare più risorse alla formazione scolastica e di chiedere invece una maggiore compartecipazione dei singoli al costo della formazione universitaria, nel presupposto che chi se ne avvale sarà in grado di recuperare più facilmente i costi sostenuti. Basti pensare che da studi recenti è emerso che in soli 10 anni il divario retributivo tra le professioni meglio e peggio pagate in Germania è cresciuto del 23 per cento. Differenza che si spiega nei termini di un rapporto tra domanda e offerta che premia i mestieri con più alto livello di formazione, più richiesti dal mercato del lavoro di quanto il sistema formativo sia in grado di fornire.

La questione dei costi e dei benefici sociali ed economici del sistema formativo è stata a lungo trascurata. Ma il rapporto tra investimento nella scuola e progresso economico ormai è assodato e si moltiplicano gli studi che aiutano a contabilizzare tanto gli effetti positivi quanto gli ingentissimi costi che un sistema formativo inefficiente produce. Uno studio che il Directorate for Education dell'OCSE sta per pubblicare, a cura di Andreas Schleicher, pone l'accento sul fatto che l'istruzione è di gran lunga il fattore principale tra quelli che concorrono allo sviluppo economico di una nazione. E spiega perché gli effetti negativi di un sistema scolastico non funzionante non si limitano a condizionare solo chi ci è passato, ma continuano a esercitare il proprio peso anche sulla generazione successiva. La formazione infatti è per i cicli lunghi: i risultati si vedono dopo decenni, non dopo anni. Per questo - in positivo come in negativo - sfugge alle contabilizzazioni cui siamo abituati.

Per fare i conti di costi e benefici del sistema scolastico occorre adottare una scala temporale diversa da quella della politica; per questo è tanto difficile trovare un ceto politico che sia veramente disposto a tradurre in priorità il tema dell'istruzione. Con le dovute eccezioni naturalmente. Uno studio comparato dello stesso Schleicher qualche hanno fa aveva messo a confronto quarant'anni di politiche scolastiche in Messico e in Corea del Sud. Negli anni '50 i due paesi avevano sistemi del tutto simili in termini di risultati: oggi la Corea del sud occupa stabilmente la vetta delle classifiche internazionali, mentre il Messico non ha visto alcun sostanziale miglioramento della propria situazione. La politica coreana ha pagato, grazie alla scelta di ampliare al massimo l'accesso all'istruzione e di privilegiare un sistema basato su classi numerose e docenti di alta qualità. In Messico - ma l'esempio vale per molti altri paesi - si è mantenuto invece il modello tradizionale basato su molti docenti per molte classi, con stipendi non appetibili per i migliori talenti. Con la conseguenza (e l'Italia è un altro caso lampante) che il sistema è comunque costoso, ma assai meno produttivo.

E la differenza di produttività a parità di investimento è l'altro aspetto che emerge con chiarezza dagli studi dell'Ocse. In nessun settore economico la produttività è così variabile come nel mondo della scuola, dove sistemi di costo sostanzialmente analogo possono produrre risultati incredibilmente diversi. La stessa variabilità si registra non solo tra sistemi nazionali, ma anche a livello territoriale e persino tra singoli istituti. Anche in questo caso con il primato (negativo) del nostro paese, che tra tutti i sistemi analizzati dall'Ocse nell'indagine PISA emerge come quello in cui è più alta la variabilità regionale in termini di qualità scolastica. Nessuno dei 57 paesi analizzati dal PISA vede oscillazioni così ampie tra la qualità degli istituti scolastici delle singole regioni. In nessun altro paese il confine tra una regione e l'altra determina altrettanto nettamente la possibilità di aspirare ad un buon livello formativo.

Materia su cui riflettere per policy-maker che non accettano di ragionare solo in termini di legislature.

CATEGORIE: Prima pagina

tags: , , ,

22/08/07

Wiki for progress / 3

Prosegue il discorso sul tema della misurazione dello sviluppo. Dopo la conferenza mondiale di Istanbul la proposta di un progetto multilaterale ha trovato molti consensi, tanto a livello di organismi nazionali quanto di governi nazionali e locali. Per una sintesi dei lavori di Istanbul su YouTube ora e' possibile vedere il video girato da Stephen Girasuolo.

CATEGORIE: Dal mondo

tags: , ,

17/08/07

Instruction to deliver

Finlandia, Singapore, Corea del Sud e lo stato canadese dell'Alberta hanno qualcosa in comune. I rispettivi sistemi scolastici sono considerati i migliori al mondo. Di conseguenza sono anche i più studiati, nel tentativo di imitarli.

La qualità della scuola è una questione calda, su cui ci si interroga ad ogni latitudine. Ma al di là delle affermazioni di principio e delle dichiarazioni rituali, che ribadiscono meccanicamente l'importanza cruciale dell'investimento in risorse umane, com'è che alcuni paesi sono effettivamente riusciti a migliorare il livello di istruzione impartita alle proprie generazioni più giovani? Oltretutto - come nel caso di Singapore e della Corea del sud - come sono riusciti ad ottenere risultati straordinari in tempi così brevi?

Una risposta folgorante viene da "Instruction to deliver", libro recente di Michael Barber che da senior advisor ha collaborato con Tony Blair dal 1997 al 2005 per la riforma del sistema scolastico britannico. I paesi citati hanno in comune scuole di prima classe in quanto le rispettive politiche di reclutamento hanno permesso di assumere gli insegnanti attingendo nel primo terzo dei laureati, anziché nell'ultimo terzo come mediamente avviene negli altri paesi. Ad insegnare nelle scuole, in altre parole, vanno i migliori laureati, i più brillanti e capaci, che altrove invece fuggono a gambe levate quando si prospetta loro la carriera di insegnante.

Questione di stipendi migliori? Anche, come nel caso della Corea del sud dove gli insegnanti sono pagati molto più che in Europa o negli Stati Uniti (e dove, per far tornare i conti, si è scelta la strada di classi più numerose). Ma non è l'unico modo di raggiungere l'obiettivo: in Finlandia, al contrario, più che sulla leva salariale si è agito su quella del riconoscimento sociale, con vere e proprie campagne nazionali mirate alla creazione di un senso elevato e condiviso di rispetto pubblico per il ruolo del docente scolastico.

In tutti i casi il problema del sistema educativo è stato posto al centro dell'attenzione pubblica ed è diventato un terreno di impegno politico urgente. Per affrontare il quale si è capito che c'è bisogno delle risorse migliori e più motivate. Senza scuse e senza pregiudizi corporativi.

CATEGORIE: Prima pagina

tags: , ,

10/08/07

Filantropia e disastro scolastico

Nella corsa che vede impegnate le università statunitensi ad aumentare la proprie risorse finanziarie, di cui si è detto in un post precedente, c' è un dato che complica il quadro. La nuova generazione di filantropi, figli del successo delle ICT e di internet, sta rivolgendo la propria attenzione al sistema scolastico più che a quello universitario.

Non è un cambiamento di poco conto. Nel 1990 il contributo delle fondazioni filantropiche alle scuole primarie e secondarie (il cosiddetto settore "K12") ammontava a circa 200 milioni di dollari, mentre alle università venivano destinati pressapoco 500 milioni di dollari. Da un rapporto di due volte e mezza si è passati nel 2003 ad una situazione in cui alle università venivano riservati 1.120 milioni di dollari, contro i 1.230 a favore del sistema scolastico. E la tendenza degli ultimi anni ha confermato ancora questa virata nell'attenzione dei generosi donatori.

Questo sorpasso dipende dalla presa d'atto da parte dei nuovi filantropi della paradossale situazione che vede gli Stati Uniti primeggiare a livello mondiale nel settore della formazione universitaria, mentre il sistema scolastico primario e secondario risulta largamente disastrato. Con la conseguenza sempre più appariscente di una penuria di studenti americani negli atenei più prestigiosi e - più in generale - di una scarsa qualificazione dei giovani americani, in crescente difficoltà quando si tratta di assumere posizioni di rilievo nella nuova economia globalizzata e ipercompetitiva.

Per questo i nuovi filantropi, avendo visto gli effetti di questa trasformazione nelle proprie aziende, oggi si preoccupano di impiegare il denaro nel sistema scolastico, per intervenire sui piedi di argilla del colosso americano.

CATEGORIE: Dal mondo

tags: , , , ,

09/08/07

Patrimoni accademici

Le sventure in borsa dell'Università di Harvard possono sollecitare qualche curiosità sul modo in cui le università statunitensi funzionano dal punto di vista finanziario.

Il quadro oggi si caratterizza per due aspetti: i) tutte le università, quelle pubbliche e quelle private, dipendono in larga misura dal finanziamento del governo federale e, parzialmente, statale (sia pure in misura diversa: per università private come MIT e Stanford il finanziamento federale tramite progetti di ricerca è passato da una copertura pari a due/terzi dei costi, all'inizio degli anni '70, ad una percentuale che nel 2004 era ormai scesa sotto al 40 per cento, mentre per le università pubbliche - come Berkeley, UCLA, Michigan, Illinois - la quota di finanziamento pubblico è rimasta sostanziosa); ii) donazioni private e patrimoni destinati a investimenti finanziari (endowment) oramai rivestono un ruolo crescente anche nel sistema pubblico, soprattutto per coprire i costi delle politiche messe in atto per raggiungere o mantenere livelli di alta qualità.

La novità è che anche le università pubbliche dipendono in misura sempre maggiore non solo dalla capacità di procurarsi finanziamenti derivati da contratti per progetti o "grant", ma anche dalla costituzione di patrimoni grazie a lasciti e donazioni di filantropi ed ex-alunni (che negli Stati Uniti partecipano diffusamente e generosamente al sostegno degli atenei dove si sono formati e verso i quali sentono il dovere di sdebitarsi). E la tentazione - che non riguarda solo Harvard - di investire questi patrimoni con profili di rischio alti, per vederli aumentare in fretta di volume. Ma la lezioni impartita dagli hedge-fund ora sembra destinata a suggerire strategie decisamente più prudenti.

Benchè solo 5 dei 20 più importanti patrimoni finanziari universitari appartenga a università pubbliche, la tendenza alla crescita di queste ultime è stabile e la differenza tra atenei pubblici e atenei privati si va assottigliando, almeno dal punto di vista della dotazione patrimoniale. Questa convergenza non deve però trarre in inganno, visto che resta una sostanziale differenza in termini di dimensioni.

Il più importante patrimonio di università pubblica statunitense è quello della University of Texas, pari a 13 miliardi di dollari, mentre il più grande patrimonio di università privata è appunto quello dell'Università di Harvard, che ammonta a 29 miliardi di dollari. Ma l'università del Texas (che è un sistema articolato su più sedi) ha 160.000 studenti, mentre Harvard ne ha 24.000. Pertanto il rapporto, in Texas, è di 81.000 dollari di patrimomio per studente, mentre ad Harvard è di più di un milione di dollari a testa. Lo stesso vale nel confronto tra le università (pubbliche) del Michigan (115.000 dollari per studente), Berkeley o UCLA (50.000 dollari per studente) e il MIT (privato) con 570.000 dollari per studente.

Queste convergenze/differenze si traducono in un sistema di università di ricerca in cui le attività orientate alla "eccellenza" sempre di più devono autofinanziarsi attraverso fonti non pubbliche, in quanto i finanziamenti federali o statali servono a garantire solo il sostentamento basale. Il maggiore sostegno pubblico alle università pubbliche ha l'effetto di mantenere più basse le spese di iscrizione e le tasse universitarie, rispetto a quanto richiesto dagli atenei privati. Per contro, il sistema delle università private ha una politica salariale nei confronti dei docenti più generosa, con un divario medio di circa +25 per cento rispetto agli stipendi pubblici (nel 1980 la differenza era appena il 2%).

Di qui l'impegno delle università pubbliche ad incrementare i propri patrimoni, accrescendo le entrate da donazioni e lasciti, per compensare l'insufficienza delle risorse pubbliche (accentuata tra l'altro dal fatto che nel corso degli anni sono diventate più numerose le research university pubbliche che concorrono all'assegnazione dei fondi federali, e dalla competizione è derivato un calo medio dei finanziamenti assegnati per singolo ateneo).

Si capisce quanto sia forte quindi la tentazione di ricorrere a investimenti finanziari anche rischiosi pur di aumentare velocemente il volume delle risorse disponibili. Ma la lezione che gli hedge-fund hanno impartito ad Harvard sembra destinata a lasciare il segno, suggerendo per il futuro una strategia di investimento decisamente più prudente.

CATEGORIE: Prima pagina

tags: , , , ,

04/08/07

L'orso in università

Non capita spesso di leggere che un'università perda soldi giocando in borsa. Se poi si parla di 350 milioni di dollari la notizia è di quelle che non passano sotto silenzio. In un colpo solo sono svaniti quattrini che avrebbero rimesso a posto il bilancio di un bel po' di università italiane, cronicamente in ristrettezze.

Ma la notizia naturalmente non riguarda il nostro paese. E l'università in questione, Harvard, ha un patrimonio che le consente di affrontare senza troppi patemi i capricci di Wall Street. L'endowment dell'ateneo ammonta a più di 29 miliardi di dollari: un record anche per gli Stati Uniti, come mostra la tabella che riporta la classifica delle prime 62 università americane per dimensioni del patrimonio investito.

La notizia negli Stati Uniti ha comunque suscitato scalpore perché le perdite di Harvard sono dovute alla cattiva riuscita di investimenti in hedge-fund. Allargando l'analisi si è scoperto che non è solo Harvard ad adottare comportamenti  da investitore all'arrembaggio: l'insieme delle già citate università che occupano la fascia alta della graduatoria per volume patrimoniale è risultato esposto per quasi il 20 per cento dei propri investimenti in hedge-fund, contro appena il 5 per cento dei fondi pensione americani.

Ora c'è chi biasima come eccessiva la propensione al rischio dell'Harvard Management co, la società di gestione patrimoniale dell'università che pure nei dieci anni trascorsi ha assicurato delle performance straordinarie, con una media del + 15,2 per cento all'anno; tanto da venire considerato uno dei migliori esempi di gestione finanziaria di tutti gli Stati Uniti. Comunque serpeggia la preoccupazione e in molti si stanno chiedendo quale debba essere il livello di rischio accettabile per la gestione di patrimoni che hanno come scopo la continuità di prestigiose realtà di ricerca e formazione.

Da questa sponda dell'oceano il commento a questa situazione è piuttosto scontato: meglio dover affrontare il problema di investimenti più oculati che il problema della strutturale mancanza di risorse.

CATEGORIE: Prima pagina

tags: , , ,

01/08/07

Architettura per l'innovazione

Non si può dire che sia un'idea particolarmente originale. Anzi, verrebbe da pensare che faccia parte di un bagaglio di senso comune di cui ognuno è da sempre più o meno consapevolmente erede. Eppure si resta ogni volta stupiti quando si è costretti a constatare quanto sia stretto il nesso che lega modelli organizzativi e spazi fisici.

Qui non c'entrano l'architettura moderna, la nuova analisi organizzativa, le più recenti teorie sui modelli comunicativi. E'  da quando si tiravano su monasteri e castelli, basiliche e piazze, palazzi civici e terme che sappiamo come le strutture organizzative interagiscano con i layout fisici nel determinare schemi comunicativi.

Uno studio recente (2007) di Thomas J. Allen e Gunter W.Henn (The Organization and Architecture of Innovation) ci ricorda ancora una volta che il ruolo della comunicazione è centrale nei processi di innovazione. Per innovare non basta produrre conoscenza, ma occorre diffonderla e generare consapevolezza riguardo alla sua disponibilità. Per questo ampliamento della base di conoscenza svolgono un ruolo fondamentale le forme organizzative che favoriscono il "people browsing", l'interazione (anche disordinata, casuale, non pianificata) tra competenze e teste diverse.

Il mondo è pieno di tentativi di trarre delle conseguenze da questi concetti elementari, disegnando e realizzando ambienti di lavoro in grado di evitare separazioni verticali e capaci al contrario di creare connessioni, di provocare scambi, di favorire l'incrocio anche fisico di flussi di idee e conoscenze aggregate attorno a centri di gravità spaziali.

Che si tratti della nuova Technische Universitaet di Monaco, del Brain and Cognitive Science Centre di Cambridge, del Centro progetti della BMW, o di altre decine di esempi in giro per il pianeta, il concetto è sempre quello: progettare spazi per favorire il lavoro collaborativo e per facilitare le tre forme di comunicazione (rivolta al coordinamento, all'informazione o all'ispirazione) che sovraintendono i processi di innovazione.

Ma la domanda che allora non si può evitare è: se questa ormai è una tendenza affermata, riconosciuta, addirittura messa in atto in tanti luoghi,  perchè nel nostro paese nei (rari) casi in cui si realizzano nuove strutture per ospitare ricerca o fomazione universitaria si continua a costruire come se il modello fosse ancora quello dell'impresa fordista o della sanità pubblica? Perché si fatica - e molto - a trovare un esempio decente di architettura universitaria o di ricerca che faccia propri i principi dell'agire collaborativo? Perché, nel migliore dei casi (cioè quando qualche nuova struttura viene finalmente costruita), l'alternativa si gioca nella triste scelta tra anonimi open space e arcaici loculi individuali in cui ciascun ricercatore o docente corre a barricarsi?

La qualità della ricerca non va certo vista come proporzionale alla qualità dell'edilizia. Ma si può fingere di non sapere che tra le caratteristiche che rendono attraente una sede di ricerca o universitaria ormai è data per scontata l'offerta di un ambiente che sa accogliere e invita al lavoro, favorendo l'interazione e lo scambio? O vogliamo coltivare l'ipocrisia di sostenere che per la ricerca ambienti vecchi (o talvolta addirittura fatiscenti) vanno meglio perché mantengono integra una vocazione per il sapere che si nutre di ascetismo?

CATEGORIE: Prima pagina

tags: , , ,

RICERCA NEL BLOG