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Le storie di Angela

Angela_padrone_3Le storie di Angela parlano di necessità e di virtù. Il racconto di giovani alla ricerca di lavoro propone, senza indulgere in stereotipi, una lettura del precariato che smonta la percezione comune. Partendo dalla memoria di quel lungo periodo  – tra la fine degli anni ’60 e la metà degli anni ’90 – in cui la disoccupazione è cresciuta fino al massimo storico dell’11,2%, con una disoccupazione giovanile che nel 1997, appena dieci anni fa, era lanciata oltre il 30%.

Chi ha memoria di quel periodo drammatico non riesce a ignorare che da quando il lavoro è diventato più flessibile la disoccupazione è costantemente diminuita. Dopo la riforma Treu, che ha regolato con legge il lavoro a tempo (1997),  la prospettiva ha cominciato a cambiare. Il tasso di disoccupazione nel 2006 è sceso al 6,8% e il numero di occupati ha superato la soglia dei ventitre milioni di unità. Se è sacrosanto discutere delle condizioni in cui questi nuovi lavori vengono svolti, perché molto è ancora da fare in termini di tutele, non per questo si deve tacere che quantomeno esistono. Dieci anni fa il precariato non era considerato un problema perché un terzo dei giovani alla ricerca di occupazione semplicemente non ne trovava. O quello che trovava, sommerso e al nero, non offriva alcuna forma di garanzia e avveniva fuori della legalità.

Oggi invece del lavoro nero quasi non si parla (benchè in tutti questi anni abbia continuato a crescere e oggi si stimi in più del 15% degli occupati), mentre il grande accusato, la "piaga sociale", è individuato nel lavoro interinale. Perchè l’allarme sociale in Italia si concentra sul precariato, mentre questo stesso fenomeno in altri paesi europei è tollerato in percentuali ben più alte?

Secondo l’Istat i lavoratori precari nel 2005 erano il 12,5% degli occupati italiani, contro il 13,3% della Francia, il 14,2% della Germania, il 15,5% dei Paesi Bassi, il 16% della Svezia, il 16,5% della Finlandia e addirittura il 33,3% della Spagna. Ma in Italia questa condizione appare una malattia che si traduce in disgregazione sociale e sbandamento generazionale. Anzichè portare l’attenzione sui modi per mitigare l’incertezza che deriva dalla progressiva diffusione di questo fenomeno, noi tendiamo ad esorcizzarlo vagheggiando il ritorno a tempi in cui il contratto a tempo indeterminato era la sola opzione prevista (ed il resto cadeva nel buco nero dell’illegalità). Finiscono sul banco degli imputati gli strumenti che hanno permesso l’ingresso nel mercato del lavoro a chi ne era rimasto escluso, perpetuando l’ingiusta (questa si) frattura tra chi era dentro e chi era fuori.

Angela Padrone, nel suo libro "Precari e contenti", racconta e descrive tutto questo. Mostra la complessità delle storie personali. Si smarca dai luoghi comuni. E arriva persino a far presente che la rinuncia al posto fisso per qualcuno coincide con una liberazione.

Senza minimizzare i correttivi necessari per rendere meno ansiogeno un mercato del lavoro sempre più flessibile, la sua riflessione individua nella condanna sociale del precariato il sintomo di altro. Il segno di uno stato d’animo collettivo in cui l’esplosione della frammentazione, della liquidità baumanniana, da emancipazione dell’individuo si ribalta in instabilità e solitudine. Essere aperti al cambiamento da scelta diventa obbligo. Ecco quindi che in questa condizione compare la paura di non farcela, il timore di fallire. La precarietà diventa minaccia perchè improvvisamente scopriamo di non poter contare su reti di protezione. La percezione di questa minaccia è amplificata dalla sfiducia nella realtà che ci circonda, dal sentimento che società e istituzioni siano inadeguate. Perciò acutizzata proprio nel nostro paese.

Il lavoro a tempo non è la causa di questa insicurezza. Semmai è la metafora, o forse l’oggetto, su cui si trasferisce l’inquietudine che nasce dalla instabilità come condizione cronica di questo tempo. In fondo, come scrive Angela, la precarietà "nel lavoro diventa un’ingiustizia contro cui si può combattere, verso cui si può elaborare una piattaforma rivendicativa. In qualche modo ci si può trattare". Altre forme di questa insicurezza, invece, divorano senza possibilità di protesta.