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01/10/07

Le storie di Angela

Angela_padrone_3Le storie di Angela parlano di necessità e di virtù. Il racconto di giovani alla ricerca di lavoro propone, senza indulgere in stereotipi, una lettura del precariato che smonta la percezione comune. Partendo dalla memoria di quel lungo periodo  - tra la fine degli anni '60 e la metà degli anni '90 - in cui la disoccupazione è cresciuta fino al massimo storico dell'11,2%, con una disoccupazione giovanile che nel 1997, appena dieci anni fa, era lanciata oltre il 30%.

Chi ha memoria di quel periodo drammatico non riesce a ignorare che da quando il lavoro è diventato più flessibile la disoccupazione è costantemente diminuita. Dopo la riforma Treu, che ha regolato con legge il lavoro a tempo (1997),  la prospettiva ha cominciato a cambiare. Il tasso di disoccupazione nel 2006 è sceso al 6,8% e il numero di occupati ha superato la soglia dei ventitre milioni di unità. Se è sacrosanto discutere delle condizioni in cui questi nuovi lavori vengono svolti, perché molto è ancora da fare in termini di tutele, non per questo si deve tacere che quantomeno esistono. Dieci anni fa il precariato non era considerato un problema perché un terzo dei giovani alla ricerca di occupazione semplicemente non ne trovava. O quello che trovava, sommerso e al nero, non offriva alcuna forma di garanzia e avveniva fuori della legalità.

Oggi invece del lavoro nero quasi non si parla (benchè in tutti questi anni abbia continuato a crescere e oggi si stimi in più del 15% degli occupati), mentre il grande accusato, la "piaga sociale", è individuato nel lavoro interinale. Perchè l'allarme sociale in Italia si concentra sul precariato, mentre questo stesso fenomeno in altri paesi europei è tollerato in percentuali ben più alte?

Secondo l'Istat i lavoratori precari nel 2005 erano il 12,5% degli occupati italiani, contro il 13,3% della Francia, il 14,2% della Germania, il 15,5% dei Paesi Bassi, il 16% della Svezia, il 16,5% della Finlandia e addirittura il 33,3% della Spagna. Ma in Italia questa condizione appare una malattia che si traduce in disgregazione sociale e sbandamento generazionale. Anzichè portare l'attenzione sui modi per mitigare l'incertezza che deriva dalla progressiva diffusione di questo fenomeno, noi tendiamo ad esorcizzarlo vagheggiando il ritorno a tempi in cui il contratto a tempo indeterminato era la sola opzione prevista (ed il resto cadeva nel buco nero dell'illegalità). Finiscono sul banco degli imputati gli strumenti che hanno permesso l'ingresso nel mercato del lavoro a chi ne era rimasto escluso, perpetuando l'ingiusta (questa si) frattura tra chi era dentro e chi era fuori.

Angela Padrone, nel suo libro "Precari e contenti", racconta e descrive tutto questo. Mostra la complessità delle storie personali. Si smarca dai luoghi comuni. E arriva persino a far presente che la rinuncia al posto fisso per qualcuno coincide con una liberazione.

Senza minimizzare i correttivi necessari per rendere meno ansiogeno un mercato del lavoro sempre più flessibile, la sua riflessione individua nella condanna sociale del precariato il sintomo di altro. Il segno di uno stato d'animo collettivo in cui l'esplosione della frammentazione, della liquidità baumanniana, da emancipazione dell'individuo si ribalta in instabilità e solitudine. Essere aperti al cambiamento da scelta diventa obbligo. Ecco quindi che in questa condizione compare la paura di non farcela, il timore di fallire. La precarietà diventa minaccia perchè improvvisamente scopriamo di non poter contare su reti di protezione. La percezione di questa minaccia è amplificata dalla sfiducia nella realtà che ci circonda, dal sentimento che società e istituzioni siano inadeguate. Perciò acutizzata proprio nel nostro paese.

Il lavoro a tempo non è la causa di questa insicurezza. Semmai è la metafora, o forse l'oggetto, su cui si trasferisce l'inquietudine che nasce dalla instabilità come condizione cronica di questo tempo. In fondo, come scrive Angela, la precarietà "nel lavoro diventa un'ingiustizia contro cui si può combattere, verso cui si può elaborare una piattaforma rivendicativa. In qualche modo ci si può trattare". Altre forme di questa insicurezza, invece, divorano senza possibilità di protesta.

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Commenti

C'è un dato interessante che riguarda il tasso di attività, cioè la percentuale di coloro che lavorano sul totale di coloro che hanno l'età per poterlo fare. Questa percentuale è in calo e, secondo un'interpretazione comune, indica che è aumentato il numero di lavoratori che non cercano lavoro perché scoraggiati.

Questo post di Gianluca Salvatori mi sembra scritto in una specie di neolingua come quella delineata nel romanzo «1984» di George Orwell. Tante cifre e tante percentuali, e intanto il problema continua a non essere colto né descritto adeguatamente.

Esemplare in questo senso mi sembra la frase seguente di Salvatori: «Secondo l'Istat i lavoratori precari nel 2005 erano il 12,5% degli occupati italiani, contro il 13,3% della Francia, il 14,2% della Germania, il 15,5% dei Paesi Bassi, il 16% della Svezia, il 16,5% della Finlandia e addirittura il 33,3% della Spagna. Ma in Italia questa condizione appare una malattia che si traduce in disgregazione sociale e sbandamento generazionale».
Invece di cercare di capire perché in Italia è un dramma ciò che in altri Paesi è addirittura più diffuso, quasi quasi si accusa lo spirito nazionale di essere inadeguato ai tempi moderni e alla globalizzazione.

Io non sono un economista, parlo perché sto vivendo il precariato sulla mia pelle. E mi sembra che ci dovrà pur essere un motivo, o più di uno, per spiegare come mai malgrado la maggior diffusione del lavoro precario in altri Paesi rispetto a qui i giovani stranieri escano in età più precoce dall'alveo familiare di quanto facciano in Italia. Ci sarà un motivo, o più di uno magari, che spieghi come mai i giovani cervelli di valore siano incentivati a studiare e fare ricerca nelle loro nazioni d'origine mentre in Italia sono in pratica costretti a fuggire.

Nel suo post, Salvatori abbozza una spiegazione: «Essere aperti al cambiamento da scelta diventa obbligo. Ecco quindi che in questa condizione compare la paura di non farcela, il timore di fallire. La precarietà diventa minaccia perché improvvisamente scopriamo di non poter contare su reti di protezione. La percezione di questa minaccia è amplificata dalla sfiducia nella realtà che ci circonda, dal sentimento che società e istituzioni siano inadeguate. Perciò acutizzata proprio nel nostro paese».
Mi sembra un'analisi corretta. Perlomeno, corrisponde a ciò che vivo quotidianamente sulla mia pelle. Anni fa ho rinunciato al posto fisso, e mi sono sentito liberato. Ma, per usare una metafora, è come se mi fossi buttato da un aereo senza paracadute. Fino a qui, tutto bene. La terra sembra ancora lontana in maniera rassicurante. Forse riesco a non schiantarmi, se riesco a far andare a posto quel paio di tasselli.
Nel frattempo, però, niente possibile pensione, niente possibile mutuo, neanche a parlarne di costruirmi una famiglia mia.

Una delle difficoltà connaturate alla condizione lavorativa precaria è il sospetto che io sia inutile. Questo va oltre l'esistenza o meno di reti di solidarietà sociale, o di infrastrutture istituzionali favorevoli. È un macigno psicologico.
«Se gli serve il mio lavoro – mi capita di pensare – me lo pagherà». Invece non me lo paga, perché è magari uno stage il cui valore arricchirà il mio curriculum. Oppure, se lo paga, mi dà così poco che faccio fatica a coprire le spese del lavoro stesso. «Ma allora non gli serve il mio lavoro – mi capita di pensare – allora sono una persona inutile».

Ma non sono un economista, questa è solo una mia sensazione. Il limite è mio se ho sensazioni scorrette della realtà.

Guido Tedoldi

Eccomi qui, sono Angela, pronta a prendermi la responsabilità della provocazione fatta scrivendo "Precari e contenti". A Guido Tedoldi vorrei dire che non sottovaluto la sua condizione e non dubito che rappresenti una vera sofferenza. Purtroppo il mercato del lavoro italiano, a differenza di quello di altri paesi, non era preparato ad accompagnare la flessibilità con altri strumenti: i cosiddetti ammortizzatori sociali, i programmi di formazione. Purtroppo il nostro mercato è rigido, troppo rigido, ecco perché la flessibilità si trasforma spesso in una condanna. Questo è vero e non va ignorato.
Ma la realtà è che la flessibilità non si può abolire per legge. Io ho scritto questo libro proprio per dare dei suggerimenti, delle idee, per dire che a volte la flessibilità può diventare un'opportunità. E per raccontare come hanno fatto quelli che sono riusciti a trovare una loro strada. Non sempre è facile. In un mercato del lavoro nel quale c'è una ampia fascia di lavoratori iper-garantiti, a volte anche troppo, le aziende spesso , è vero, "si rivalgono" su quelli che invece non sono garantiti per niente. Come molti sanno, io per esempio sono stata contraria all'abolizione dello scalone per i 57enni, proprio perché avrei preferito che quelle risorse andassero a favore dei più giovani, precari e non, che la pensione se la sognano e se la sogneranno molto oltre la soglia dei 57 - 60, e forse anche 65 anni. Ma come al solito ha funzionato il meccanismo di garantire chi è già abbastanza garantito.
Un sistema economico e sociale non è un "tubo", semplice e lineare, ma un meccanismo complesso, in cui gli squilibri in un punto si ripercuotono su tutto l'insieme. Un'ultima cosa: quelli che si lamentano perché sono precari si domandino se preferirebbero essere disoccupati. Perché in alcuni casi, in un mercato rigido, l'alternativa potrebbe essere quella. Non per tutti, ma proprio per i più deboli. Ecco, a loro vorrei dire: la flessibilità vi dà un'oportunità in più. Sono d'accordo che non basta, dovremmo fare molto di più, ma non ci riusciremo mai concentrandoci sulla richiesta di "abolire" il precariato. Chiediamo invece scuola e università più efficienti, sussidi di disoccupazione per tutti (e non solo per le grandi aziende) e, per esempio, pensioni e mutui (sì,mutui) anche per i precari. Che ne dite?

Mi sembra che si stiano trascurando alcuni elementi di contorno dai quali non si puo' prescindere nella valutazione dello strumento del lavoro flessibile:
- l'offerta di lavoro e' bassa, il tempo di rientro nel mondo del lavoro puo' diventare lungo
- i salari sono bassi quindi e' difficile compensare i periodi tra un contratto ed il successivo
- i costi non solo sociali ma soprattutto logistici di mobilita' (cambiare citta') sono proibitivi, questo implica che nella valutazione di nuove offerte di lavoro si pone un vincolo molto forte di territorialita';
- il sistema previdenziale penalizza chi cambia lavoro spesso (il ricongiungimento dei contributi e' un incubo oltre che costoso)

Infine ho l'impressione che spesso chi parla o promuove il lavoro flessibile spesso lo faccia da una posizione a tempo indeterminato o comunque "blindata" dal punto di vista professionale.

X Carlo. E' un peccato dialogare tra sordi. Quello che tu dici è tutto vero, ma non prevede nessuna soluzione mi pare. Invece io insisto su tutti quegli interventi che possono migliorare la posizione di chi è costretto, per riprendere una felice intuizione di Gianluca, a fare di necessità virtù. Questo prevede anche la riduzione delle tutele di chi è iper tutelato, e mi sembra molto chiaro.
Infine, nel mio libro cerco di allacciare un filo tra storie di oggi e storie di ieri. Perché penso che un paese senza memoria è destinato a non capire cosa gli sta accadendo

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