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Dov’ero quella mattina?

Trent’anni dopo quel 16 marzo Cristina e Luca chiedono: tu dov’eri quando hanno rapito Aldo Moro? Per depositare in rete, collettivamente, ricordi che non si possono cancellare. Facendo riaffiorare nella memoria il segno lasciato da quei giorni.

Io ero vicino. E negli anni successivi la vicinanza sarebbe aumentata ancora di più. Ultimo anno di liceo, a Roma. Prime esperienze di militanza politica nelle liste scolastiche. Moro non era uno sconosciuto, perché allora era impossibile restare estranei alla cronaca politica. Nella mia scuola l’impegno politico era l’unica materia obbligatoria, tutto il resto facoltativo. Avevamo messo in piedi un gruppo indipendente che non faceva riferimento a nessuna delle tradizionali organizzazioni giovanili. Ci riunivamo assiduamente per discutere, leggere, scrivere e ciclostilare. Quella era la nostra occupazione principale: sport, feste o flirt erano distrazioni inconcepibili. Cercavamo di farci un’idea di quel che succedeva attorno, di capire cosa sarebbe successo dopo. Allergici verso ogni posizione irrigimentata. Già erano tempi in cui dietro i rigidi schieramenti  dei partiti politici si intuiva lo sgretolamento. La reazione alla minaccia terrorista ne rallentava gli effetti ma il tarlo lavorava. Impossibile non sentirlo a diciottanni, quando il sentore di vecchio colpisce prima le narici che il cervello.

La notizia del rapimento di Moro è arrivata dall’aria e la radio l’ha confermata pochi minuti dopo. Gran parte di noi abitava nel quartiere di Moro o nelle adiacenze. Il "Cornelio Tacito" è ai piedi della collina di Monte Mario e le macchine della polizia per arrivare in via Fani correvano a pochi metri dalle nostre finestre. Che la cosa ci riguardasse da vicino lo diceva il rumore degli elicotteri: non si limitavano a passare sulle nostre teste, ma sostavano immobili nel cielo sopra di noi. Era già successo molte altre volte in quegli anni di sentire fisicamente vicina la tensione, come una cappa incombente. La polizia in tenuta antisommossa e i candelotti lacrimogeni pronti all’uso nelle vie del quartiere facevano parte di uno scenario ricorrente. Le strade attorno a noi avevano già visto morire in scontri a fuoco Mikis Mantakas, giovane  del Fuan, e Walter Rossi, militante di Lotta Continua. Poco più tardi le Brigate Rosse avrebbero ucciso il magistrato Girolamo Minervini, sempre a pochi metri dal nostro grande portone  segnato dalle bottiglie molotov. Ma quella mattina l’atmosfera diventò subito qualcos’altro, mai vissuto prima.  

Ricordo lo sbigottimento, l’impotenza, la sensazione che stava capitando qualcosa di gravità tale che, comunque fosse finita, avrebbe cambiato la storia del paese. Soprattutto ricordo le reazioni di chi avrebbe dovuto dirci cosa fare ed era più smarrito di noi. Le assemblee e le discussioni senza fine che hanno riempito i nostri 55 giorni, mentre Roma era in stato d’assedio, risuonavano di domande alle quali nessuno sapeva rispondere. Molte sarebbero rimaste senza risposta anche negli anni a venire. Fu lì sicuramente che alcuni di noi hanno maturato il bisogno di non dimenticare. Di non fermarsi alla cronaca di quei giorni.

Lo stesso impulso che ho provato qualche anno più tardi nel magazzino alla periferia di Roma dove un amico di mio padre conservava, ancora coperta dal cellophane spesso in cui l’aveva avvolta la polizia scientifica, la Renault 4 rossa in cui il corpo di Moro fu ritrovato il 9 maggio, in via Caetani. Era sua l’auto rubata dalle BR. Gli fu restituita finite le indagini. La ricordo come uno spettro sotto il velo lattiginoso della plastica che il proprietario non osava rimuovere. Impressionante perché sembrava indicare con tutta la forza dei simboli l’opacità della vicenda che si era conclusa tra le sue lamiere.

A mio figlio Giacomo, che oggi ha i miei diciotto anni di quel 16 marzo, vorrei trasmettere quell’immagine. Insieme ai rumori di una città impazzita in cui la vita ordinaria fu sconvolta per due mesi. Al senso di allarme e timore che l’enorme spiegamento di polizia non faceva che amplificare. All’attesa fuori dalle sedi dei giornali, la sera tardi, per leggere in anteprima il testo fresco di stampa delle lettere di Moro fatte recapitare dalle Brigate Rosse. Senza sapere se credere di più a quello che scriveva o a quelli che si dicevano certi della inattendibilità di quegli scritti dal carcere brigatista. Accrescendo la sensazione, sempre più chiara con il passare del tempo, che ci fosse comunque qualcosa che non tornava nelle parole dei protagonisti, nelle ammissioni tardive, nelle ricostruzioni posteriori. E quindi giustificando un bisogno ancora non pienamente soddisfatto di discernere verità e inganno.

Vorrei che Giacomo si rendesse conto – sia pure a trent’anni di distanza – quanto hanno pesato quelle vicende sulla storia italiana, nella quale il blocco provocato sull’evoluzione del sistema politico dal rapimento e dall’uccisione di Moro ha richiesto più di quindici anni prima di essere rimosso. E quanto hanno influito sugli stessi italiani, rispetto ai quali il caso Moro ha costituito forse uno degli ultimi grandi eventi di un percorso di formazione di identità collettiva e di appartenenza alle istituzioni democratiche. E infine quanto hanno condizionato anche qualche storia individuale. Come ad esempio è capitato a me: un po’ per caso e un po’ per l’imprinting di quel periodo, sul finire dell’adolescenza. Ad occuparmi dell’Aldo Moro parlamentare,  per la raccolta dei suoi discorsi voluta dalla Camera, e poi in Commissione stragi, dove a lungo si è continuato ad indagare sulle discrepanze e sugli interrogativi rimbalzati da un processo all’altro. Anni trascorsi sulle carte alla ricerca di un senso, per tentare di restituire una ricostruzione dei fatti credibile. 

Come se gli effetti di quella mattina anche sul piano personale potessero essere smaltiti solo con il tempo. Molto tempo.