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A mente fredda

Da una campagna noiosa e sottotono come non mai emerge il parlamento più polarizzato degli ultimi decenni. Come se tra i due fatti non vi fosse rapporto e gli italiani fossero andati al voto senza dare troppo peso agli argomenti ed alle esibizioni elettorali da cui sono stati bombardati per settimane. La scollatura comincia da qui: l’elettorato ha maturato le proprie scelte prescindendo dalla rappresentazione pubblica delle  posizioni politiche. La bipolarizzazione non è nata dal contrasto sui programmi o dall’emozione suscitata da qualche tema specifico. Al contrario, mentre la moltitudine di partitini e cespugli nata con il "porcellum" affollava la scena ripetendo idee non troppo dissimili, gli italiani meditavano silenziosamente di sfoltirne il numero. Proprio perché la tendenziale omogeneità delle proposte  rendeva superfluo mantenere in piedi una pletora frammentata di bandierine politiche, con relativi esibizionismi.

E’ bastato che Veltroni decidesse di correre da solo, subito seguito da Berlusconi con la sua "rivoluzione del predellino", perché si mettesse in moto un movimento di semplificazione politica che nessuno prevedeva così brutale. Per mesi si è discusso di modifiche alla legge elettorale che si scontravano tutte, più o meno esplicitamente, con il problema di garantire, con  infinite cautele proporzionalistiche, la permanenza in vita dei partiti minori. E’ accaduto invece che per via esclusivamente politica, senza modificare la legge (con buona pace di costituzionalisti eminenti e esperti di meccanismi elettorali), dalle urne è uscita la più severa semplificazione della rappresentanza parlamentare che l’Italia repubblicana abbia mai vissuto. Mietendo, tra le vittime più illustri, quelle forze politiche che in tutti questi anni non si sono rese conto della crescente insofferenza degli italiani per le rendite di posizione, specie di quelle tenute in piedi da radicalismi di nicchia.

Forse il rafforzamento del bipolarismo è stato troppo violento, e bisognerà porsi il problema della rappresentanza istituzionale di una consistente parte di società che si riconosceva nella galassia della sinistra aniticapitalista, spinta fuori dal parlamento. Certo però questa radicalità razionalizzatrice è conseguenza della sistematica elusione da parte di chi sedeva in parlamento della richiesta di dotare l’Italia di un sistema politico simile a quello delle moderne democrazie europee. Quelle in cui i due partiti maggiori si dividono tre quarti dei consensi elettorali, senza che per questo siano paesi meno democratici o in cui il pluralismo risulti soffocato.

Con queste elezioni è stata rivoluzionata la geografia politica italiana. Il merito maggiore va riconosciuto al Pd: con il superamento dello schema "prodiano" dell’alleanza pigliatutto, fragilissima perché frammentata e litigiosa, ha fatto compiere al paese un passo avanti sulla strada della chiarezza istituzionale. Anche la nettezza del risultato va in questa direzione. Questo riguarda sia il vincitore che lo sconfitto. Come già sottolineato da molti, con quasi il 35% dei voti il Pd ha ottenuto un risultato mai raggiunto da un partito riformista nel nostro paese. Questo zoccolo duro può renderlo simile ai grandi partiti del riformismo moderno europeo, se non si scateneranno i soliti istinti suicidi che ricorrono nella storia della sinistra italiana.

Ma avere dalla propria parte un terzo dell’elettorato non basta per tornare a governare. La coraggiosa rottura "sistemica" ha riposizionato il Pd in un’area da cui può aspirare a rappresentare la maggioranza del paese, ma perché ciò avvenga realmente deve capirla in profondità. Sotto questo profilo gli ultimi quindici anni hanno cambiato l’Italia più di quanto le tradizionali categorie delle culture che confluiscono nel Partito democratico, specie quella socialista e quella cattolica, siano in grado di riconoscere.

La proposta politica del Pd nasce da una cultura che ambisce a proporre una "visione di società", e conseguentemente assume come riferimento l’ideale di un bene comune dal quale derivano doveri e responsabilità. Questa visione, che per quasi un secolo ha guidato i processi di identificazione collettiva e ha strutturato la società secondo appartenenze di classe e ideologiche, oggi non corrisponde più alla realtà.

Siamo passati attraverso sostanziali trasformazioni della famiglia e del lavoro, le nostre economie si sono terziarizzate e globalizzate, si è assistito all’avvento di una società di consumatori, nel corpo sociale alla massa è subentrata la moltitudine, ossia una pluralità di soggetti individuali tra i quali si sono allentanti i tradizionali legami di identità e solidarietà. La società alla quale dovrebbe parlare la politica oggi è fatta di individui disincantati che si avvertono vulnerabili. Il prezzo pagato per emergere dalla massa come individui è infatti quello della solitudine.

Nel caso italiano oltre alla frammentazione sociale, che ha indebolito o cancellato ogni tessuto intermedio di identità e di rappresentanza collettiva, si è aggiunta l’insicurezza economica, che ha colpito in particolare la classe media. Benessere e sicurezza non possono più essere dati per scontati dalla stragrande maggioranza delle famiglie italiane. La probabilità di subire impoverimenti negli standard di vita e il rischio di mobilità sociale discendente è raddoppiato negli ultimi dieci anni per le fasce di reddito intermedie. L’area della vulnerabilità si è estesa ben al di sopra della soglia di povertà.

La disintegrazione sociale e l’insicurezza economica sono l’humus del fenomeno Berlusconi. La sua proposta non riguarda una "visione di società" ma si rivolge all’"individuo", spaurito e in cerca di sicurezza. Non serve demonizzare o inveire contro la sua vittoria. Occorre invece capire che qui stanno i motivi per cui ha saputo conquistare la fiducia della maggioranza degli italiani, che per tre volte in quindici anni gli hanno consegnato il governo del paese, scontandogli di tutto: reati infamanti, conflitto di interessi, risultati scadenti come primo ministro, promesse miracolistiche.

Il vero, e unico, miracolo compiuto da Berlusconi è stato quello di fare sintesi di una società polverizzata e esasperatamente individualistica attraverso la personalizzazione della politica e la sua completa mediatizzazione. Non è poco. La sua operazione è entrata in sintonia con una parte profonda e maggioritaria del paese, percorsa da frustrazione e rancorosa nei confronti di una politica che – dietro concetti come dovere, responsabilità e bene comune – in realtà è apparsa per quello che era: impotente, se non addirittura disinteressata, di fronte alla trasformazione della società in folla solitaria (e "liquida", direbbe Bauman). Cogliendo la rabbia e il sentimento violento di risentimento contro le classi dirigenti, divenuto la chiave per leggere la condizione italiana, Berlusconi ha fatto dell’antipolitica la sua politica, somministrandola agli italiani in modo da capitalizzarla a proprio favore. Si capisce quindi perché il risorgere negli ultimi mesi dell’ondata "anticasta" abbia spianato la strada alla sua terza vittoria.

Berlusconi ha costruito il suo successo sul risentimento degli italiani contro la politica proponendo agli "individui solitari" una semplificazione populista di ogni problema, fondata sulla delega al leader carismatico. La sua promessa è stata di ordine senza rispetto delle regole, di ricchezza senza correzione delle disparità, di protagonismo internazionale in assenza di credibilità. Tuttavia il bisogno di credere in queste promesse è stato più forte della delusione per la mancata realizzazione. Quanto più spaesata e divisa è la società tanto più aperto è lo spazio per pericolose involuzioni populiste.

Su questo stesso humus si innesta anche il successo della Lega, con una variante sostanziale. Il fenomeno leghista, che solo un anno fa veniva dato al tramonto, è la novità vera di queste elezioni perché indica la direzione di sviluppo del populismo verso il recupero di una dimensione "sociale". Non però la "società" della cultura politica tradizionale, intesa come entità astratta, impersonale e superiore. Qui la dimensione sociale è quella territoriale, come luogo geografico immediatamente percepito, dove si concentrano bisogni e interessi puntuali dei singoli individui.

La Lega non affida la sintesi della realtà frammentata alla forza unificatrice della televisione, come il partito-mediaset. La Lega intercetta il bisogno di comunità e di identità delle fasce più deboli e propone una mitologia territoriale poco impegnativa (e vagamente "fantasy"), ma con forte impatto identitario. Anche in questo caso alla base c’è il rancore contro la politica, che non ha saputo difendere la società dalle minacce della modernizzazione globalizzata. Ma l’approccio anziché fermarsi all’"individuo" punta a recuperare un senso di comunità, disegnando il perimetro rassicurante di territori in cui il bene pubblico è la somma esatta degli interessi espliciti dei singoli. E’ questa impostazione "sociale" che ha reso Bossi attraente per il voto operaio, in fuga dalla retorica narcisista della sinistra radicale.

La combinazione della risposta carismatica di Berlusconi all’individualismo esasperato della folla solitaria e della proposta "neo-comunitaria" offerta dalla Lega a partire dai territori è stata percepita dalla maggioranza degli italiani come più vicina alla realtà del proprio vissuto. All’origine c’è la sintonia con le trasformazioni sociali che in questi ultimi quindici anni hanno cambiato l’Italia. La via del Pd per tornare al governo del paese passa dalla capacità di proporre una visione diversa, ma a partire da questa stessa realtà. Nei pochi mesi trascorsi dalla sua nascita il Partito democratico ha lavorato di più sul versante della personalizzazione della politica. Il successo della Lega ora impone di fare altrettanto dal lato della territorializzazione. Che piaccia o no, una proposta riformista per il governo del paese deve fare i conti con una società disgregata e disorientata che vuole "percepire" la vicinanza della politica a partire dalle "reti corte". Diamoci da fare per dimostrare che quello della Lega non è l’unico modo possibile.