Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Sylvia, the Queen

Harlem, Sylvia’s restaurant, ore 1:50 pm.

Silvia osserva la sala seduta vicino alla cassa. Alle pareti le sue foto con gli idoli della black community: stelle del jazz, campioni sportivi, politici e predicatori (ammesso ci sia differenza). La datazione va per acconciature, vaporose per gli anni Settanta poi sempre più addomesticate e lisce. Nelle cornici sorridono tutti soddisfatti, stringendosi attorno alla loro regina senza età.

Arancio, giallo e rosso. L’olimpo della fierezza nera sta appeso su pareti che hanno i colori del sud. Tutto nel locale proclama la distanza dal minimalismo grigio-sushi-zen di Lower Manhattan. Qui siamo ad Harlem e questo è il regno di Sylvia, la regina del “soul food”. Non solo nutrimento per lo stomaco; specie la domenica a pranzo, all’ora del gospel.

Ai tavoli servono donnone con grembiuli colorati. Mr. Brown al bar miscela mimosas e altri liquidi con le stesse tinte accese delle cravatte di chi sta dietro il bancone del take-away. Arancio, giallo e rosso: come la crosta croccante del pollo fritto e la salsa di pomodoro in cui annegano le costolette di maiale. Non è cibo per anoressici. Da queste parti non se ne è mai visto uno. Questo è il territorio delle famiglie del quartiere, dove il benessere si misura ancora in peso e rotondità.

E’ domenica: finita la funzione i clienti di Sylvia sciamano qui dalle chiese battiste dei dintorni. Le donne ondeggiano sui tacchi alti delle scarpe della festa, sotto cappelli come neanche più ad Atlanta se ne vedono. Gli uomini portano il fermacravatta. Non si vestono certo da Alan Jones, o dagli altri stilisti dei quartieri cool, giù verso il Meat Packing District. Qui quando si dice “vado in centro” s’intende non più sotto della 125esima strada. Il centro di Harlem, appunto.

Sylvia continua a restare seduta. Sono le tre del pomeriggio e nessuno accenna ad andar via. La fretta è bandita, roba da gente stressata che mangia di corsa per non perdere l’appuntamento con l’analista. Ma da questa parti l’unica analisi che conta è quella di Sylvia, che ti squadra per capire cosa ci sei venuto a fare in mezzo a loro, se non sai cantare e non muovi la testa al ritmo del gospel.

Per niente facile masticare ali di pollo in blues se non ci sei nato. Chissà come se la cava Bill, che dopo aver finito da presidente è venuto a mettere le tende a pochi isolati da qui. Ad Harlem, perché la sua fondazione vuole occuparsi di emarginazione e di Africa. E perché, già che c’era, la scelta poteva tornare buona per consolidare le simpatie dell’elettorato afro-americano in vista delle elezioni di Hillary. Così accadeva otto anni fa, di ritorno da Washington. Quando Obama non era ancora all’orizzonte. Anche il senatore Barack però non ha l’aria di chi s’arrangia bene con costolette e gospel. Lui viene da Chicago, nel nord. Ed è magro. Infatti la sua foto manca, per ora.

Ma ora è il momento, sono quasi le quattro. Sylvia si alza. Gira tra i tavoli con l’aria di chi controlla che non sia restata polpa attorno agli ossi. Raggiunge compiaciuta i cantanti in fondo alla sala e incoraggia con lo sguardo le cameriere. Non girano più piatti e le donne in grembiule si passano il microfono. Il ritmo cresce, la “funzione” sta per finire, i clienti sono pronti per la benedizione finale. Poi Sylvia tornerà a sedere sotto le foto delle sue glorie, fino a domenica prossima. Amen.