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Irina futurista

La differenza tra Irina Antonova e una direttrice di museo è che lei non lo dirige, lo incarna. Non è una questione anagrafica (anche se di segretari generali del Pcus deve averne conosciuti parecchi), ma di piglio. Entrare al Pushkin è come violare l’intimità del suo spazio personale e sembra quasi inevitabile chiederle il permesso. Penso si sentissero obbligate a farlo anche le autorità sovietiche, a suo tempo. A maggior ragione oggi che il museo si erge a bastione contro il rischio che dilaghi lo stile kitsch dei nuovi russi.

20070319194534 Oltre la cancellata si entra in un’area off-limits. Salita la scalinata e oltrepassato il colonnato non c’è posto per l’ostentazione dei bizinezmen, con accompagnamento di SUV e body-guard. Anche i magnati, dai favolosi patrimoni spuntati per magia, devono cedere il passo di fronte a madame Antonova. Questo è un pezzo di Mosca dove ancora si parla francese, ci si cotonano i capelli e si parla di arte come se fosse un irrinunciabile argomento di attualità.

Anacronismi nostalgici? Non si direbbe, guardando il pubblico che è venuto per questa inaugurazione. Gente normale, giovane e vecchia, elegante e meno, facce comuni da viaggiatori di metropolitana. Non sono qui perché fa status symbol. Anche perché basterebbe un’occhiata di Irina per incenerirli (e le sorveglianti di sala, sue coetanee ma di stazza più adatta al compito, saprebbero cosa fare). Qui si non viene per esibire l’aristocrazia di censo quanto piuttosto per coltivare quella d’intelletto: una vena profonda e popolare che riempie musei, filarmoniche, biblioteche. Una vena che resiste nonostante tutto, come le vecchie chiese ortodosse nascoste tra i palazzoni staliniani. Chiuse per decenni e ora di nuovo affollate. Con porte incorniciate da fronde fresche di betulla e un tappeto di fieno sul pavimento, che profuma l’aria per la festa della trinità, celebrata in questi caldi giorni di giugno con i segni di una natura che rinasce ogni anno.

Malgrado tutto. Sembra lo dica anche Irina Antonova quando mi sussurra di Vladimir Vladimirovic Majakovskij nell’orecchio mentre Gabriella Belli parla di Marinetti e dei futuristi italiani, portati a Mosca dal Mart per la grande e bella mostra che le due direttrici hanno organizzato insieme. Malgrado tutto siamo qui, conFoto_gruppo ostinazione. Per tirare un filo tra la “rivoluzione radicale” di un pugno di artisti, che un secolo fa sentivano i tempi cambiare e invitavano a non averne timore, e questo nostro tempo, che sembra invece paralizzato dalla paura di cambiare troppo.

Irina e le sue veterane non ci stanno a fare la retroguardia di un mondo condannato a scomparire. Proprio il contrario. Dal loro punto di osservazione, in cima alla gradinata del Pushkin, il futuro non è quello delle griffes occidentali, delle auto di lusso e del sogno di una generazione di russi che più di ogni altra cosa desidera possedere quanto era stato negato ai propri genitori. Questo è un momento, poi passerà. Allora ci si renderà conto di quanto contasse la custodia di altri significati. Nascosti nei depositi e sugli scaffali, in archivi dimenticati, nelle pieghe di storie che ritornano. Cose che ad un’occhiata superficiale possono sembrare inattuali, proprio come i fiori naif che Irina Antonova regala a Gabriella e alle sue (s)mart-girls. Basta però un momento per capire che quello che è attuale oggi, facilmente rischia di essere dimenticato domani. Meglio allora l’inattualità futurista, credo pensi Irina, direttrice a vita del museo Pushkin e istituzione culturale vivente.