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Lo charme di un compatta-rifiuti

Si chiama WALL-E ed è l’ultimo nato della serie di robot carismatici creati dalla Pixar. Non solo animazione di alto livello (è l’ultimo film della Disney, appena uscito negli Stati Uniti), ma il frutto di una ricerca che da tempo cartoonist e designer condividono con gli scienziati sull’umanizzazione delle macchine.

Un ammasso di ferraglia arrugginita riesce ad incantare lo spettatore, emozionandolo. I primi quaranta minuti sono addirittura senza dialoghi. Sulla scena c’è il carattere di un cubo inelegante che si esprime attraverso cingoli che ogni sera vengono sfilati e riposti, mani con pinze grossolane e un binocolo al posto degli occhi. Pochi elementi ma incredibilmente espressivi.

Sembra semplice, ma dietro si intuisce uno studio analitico dei movimenti e degli attributi che inducono gli esseri umani a interagire emotivamente con le macchine. Anche il nome, che richiama un diminutivo tutto umano, pare fatto apposta per ricordare che di fronte a sviluppi tecnologici che ci provocano non poca ansia (e disagio cognitivo), abbiamo bisogno di poterci fidare delle macchine, specie di quelle che non sono state disegnate per assomigliarci ma alle quali comunque siamo destinati a delegare un numero sempre maggiore di funzioni.

Ecco allora Wally che con il suo carattere infantile e impacciato provoca la nostra reazione istintiva, mimando un giocattolo inoffensivo e accattivante. Più o meno come gli orsi e i leoni dei cartoni disneyani, che esorcizzano le nostre paure e ci dispongono benevolmente. Salvo trovarci impreparati se dovessimo incontrarne uno vero. Di quelli, per intenderci, che non ballano al suono del mambo.