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Revolution is not a party

Il nuovo libro di Thomas Friedman è pronto per le lounges degli aeroporti internazionali. Il mondo, secondo il pluri-pulitzer editorialista del NYT, non è più solo piatto, ma anche caldo e affollato. Insomma un posto dove comincia ad essere sconsigliabile comprar casa.

Anche Friedman dunque si accoda alla lunga fila di chi predica la necessità di una rivoluzione verde. Vuoi per dare un bel taglio alle emissioni di CO2, che se ne vanno in giro per l’atmosfera a far danni in combutta con gli altri gas serra (se il vostro cuore pende di più verso le ragioni dell’ambiente), vuoi per renderci finalmente indipendenti dal petrolio (qualora siate tra quelli che si preoccupano se Iran e Venezuela decidono di dare una stretta ai rubinetti proprio ora che il prezzo del barile aveva cominciato a scendere, giusto perché non ci si illuda troppo).

Dunque un altro libro sulla cresta dell’onda che sfrutta l’argomento del giorno? Si certo. Ma anche no. Nel senso che almeno Friedman dice un paio di cose opportunamente sgradevoli.

Primo, che la green revolution non è un pigiama party. Quindi non possiamo aspettare che arrivi George Clooney con una risposta semplice e sorridente ai nostri problemi. Cambiare sarà duro, costoso, e richiederà un impegno che supera i nostri attuali (limitati) sforzi.

Secondo, che proprio per questo alla politica si porrà un bel problema. Un conto infatti è la Cina, dove una dirigenza autoritaria può decidere che il rosso è verde e se serve una rivoluzione tutti gli altri devono adeguarsi. Un conto sono invece le nostre società nimby, dove i rivoluzionari sono inclini a credere che per risolvere i problemi basti parlarne. E chi è al governo deve fare i conti con la tendenza di ciascun gruppo sociale a scaricare il costo delle soluzioni lontano dalla propria parrocchia.

I problemi non sono mai stati così chiari. Molto meno le soluzioni. E neppure Friedman riesce a semplificare questa contraddizione.