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29/10/08

Per favore, parliamo di riforma

Ho provato per un po' a girarci attorno, non per fastidio ma per disagio. Non mi riesce proprio di affrontare la protesta studentesca contro il decreto Gelmini con il solito, rassicurante schema manicheo. Per quanto consideri il movimento mille volte meglio dell'apatia non è possibile ignorare certi dubbi a proposito della mobilitazione che in questi giorni coinvolge scuole ed università.

Non credo di sottovalutare le responsabilità di chi ha provocato quest'ondata di reazioni. Tutto è nato da una serie di scelte (e soprattutto di comportamenti) che non potevano che scatenare la piazza, quasi che all’origine ci fosse l'intenzione politica di regolare qualche conto con ambienti considerati pregiudizialmente lontani ed ostili. Il governo ha cercato di dare veste di riforma ad una pura misura di bilancio. E questo ha subito portato il discorso fuori dai binari. L'istanza da cui tutto ha avuto origine è la volontà di far tornare i conti tagliando sulle spese del personale scolastico e universitario. Se si fosse dichiarato che questo era l’obiettivo, la questione - per quanto discutibile - sarebbe stata chiara. Si può dibattere di quanto sia lungimirante finanziare il taglio dell'ICI penalizzando insegnanti e ricercatori, ma almeno sarebbe stato evidente che l’argomento riguardava il contenimento del disastro della finanza pubblica e non lo sviluppo del paese. Su questo si sarebbero potute confrontare due posizioni: quella di chi pensa che siano questioni scindibili e chi invece non crede che risanamento economico e interventi per lo sviluppo si possano separare.

Così invece il conflitto è esploso sulla base di una proposta che non è affatto una riforma ed ha preso le forme di una contestazione che non tocca nessuno dei veri nodi del dissesto del sistema scolastico ed universitario. Di fatto il governo ha dettato l’agenda e la piazza si è adeguata.

Il risultato è che la protesta si è rivolta contro i tagli come se il mantenimento degli attuali livelli di finanziamento, o un loro aumento, potesse garantire un uso efficace delle risorse, e contro il blocco delle assunzioni, come se il sistema vigente di reclutamento del personale (mi riferisco all’università) costituisse garanzia di un accesso all’insegnamento dei migliori.

E’ paradossale che gli studenti occupino le facoltà in difesa di un sistema che assicura la loro esclusione dalla carriera scientifica per i prossimi dieci-quindici anni, come avverrà se verranno attribuiti con le regole attuali i 7000 posti a concorso già deliberati (più del dieci per cento dell’organico, scriveva ieri Giavazzi sul Corriere, con effetti disastrosi paragonabili all’ope legis dei primi anni ’80). E’ desolante che la richiesta di non toccare i bilanci universitari prescinda da ogni presa di posizione nei confronti di un meccanismo che quei fondi li vuole distribuire senza distinzione tra atenei che funzionano e atenei che hanno dimostrato di non essere in grado di amministrarsi (proprio come, altrettanto indiscriminatamente, il governo intende distribuire i tagli). E’ insensato che si manifesti contro la trasformazione in fondazioni come se fosse equivalente ad una privatizzazione delle università, con conseguente asservimento ai meccanismi di mercato (l’esperienza di Trento sta lì a dimostrare che il contrario può essere vero, purché dietro alle fondazioni ci sia un disegno di riforma completo e non – come nel progetto governativo – il vuoto). E’ ipocrita fare della difesa di questo sistema universitario una questione di democrazia, come se oggi nel sistema della nostra formazione scolastica e universitaria fossero assenti aspetti di iniquità che di fatto favoriscono il successo sulla base dei ceti di provenienza. E’ irresponsabile fingere di non sapere che questa situazione è il prodotto di decenni di latitanza della politica e di “autogestione” corporativa del corpo docente, anziché – come si vorrebbe sbrigativamente concludere – il risultato della miopia di un ministro.

La miopia semmai, di questo come dei precedenti ministri (almeno fino a Berlinguer), consiste nel pensare che nel nostro paese una riforma radicale del sistema universitario sia un tabù. Troppi interessi si coalizzano nelle aule parlamentari e in quelle degli atenei, passando per le organizzazioni sindacali, perché qualcuno abbia il coraggio di fare come in Francia, dove il governo ha appena deciso che se il paese non vuole perdere terreno ha bisogno di alcune università al di sopra della media e ha varato un piano per selezionare - con un panel indipendente di esperti internazionali, e non in base all’auto-cooptazione di un gruppo di rettori - dieci atenei ai quali assegnerà dieci miliardi di euro in cinque anni (ottenuti con la cessione del 3% delle azioni della EDF, l’Enel francese). O come sta facendo la Finlandia che ha in programma di ridurre del venticinque per cento il numero degli atenei mediante accorpamenti volontari, e prevede una riforma profonda del modello di governance conseguente ad una trasformazione in fondazioni. Solo per citare due esempi europei, a beneficio di chi considera un’utopia l’introduzione nel nostro sistema degli elementi che hanno fatto il successo delle università americane.

Su questo fronte invece, silenzio da parte di chi propone e di chi si oppone. Nessuna visione di medio-lungo termine, nessuna strategia. La morsa si stringe tra paladini delle compatibilità di bilancio e fieri avversari di ogni taglio. Con l’aggravante che l’attenzione per i temi della scuola e dell’università - di cui ci si dovrebbe finalmente rallegrare - rischia di disperdersi in modo inconcludente, con una straordinaria mobilitazione di energie e speranze che non trovano la strada di una vera riforma.

CATEGORIE: Prima pagina , università

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Commenti

Analisi coraggiosissima, complimenti. Ormai ci si è imbarcati in un gioco al massacro tra schieramenti, pro e contro riforma, che sa molto di ideologia precostituita, a mio avviso. L'università italiana è in agonia e non da poco. Poche risorse e nessuna visione d'insieme, nessuno sguardo alla competitività dell'offerta accademica a livello europeo. Condivido in particolare il fatto che il sistema attuale non debba essere visto come intangibile e che vi debba per forza di cose essere una presa d'atto comune, a prescidere dagli schieramenti, affinchè si giunga ad operare innovazioni anche tra le aule universitarie. Le risorse sono poche e ce ne dobbiamo fare una ragione, ma si devono perlomeno affrontare e confrontare idee su come distribuirle in maniera più efficace, con meccanismi di premialità e comunque misure tali da farci raggiungere standard quanto meno in linea con il resto dei Paesi europei. E poi...non si può far finta di non vedere una realtà che è stotto gli occhi di tutti: l'università da tempo non permette l'ingresso di nuove leve (a meno che non provengano da élites consolidate).
Lo dico, con molta sincerità, da persona innamorata dell'istituzione e che ha visto succedersi, durante la sua carriera universitaria, passaggi repentini di ordinamenti (in 5-6 anni almeno due o tre cambi) a fronte dell'immobilità più totale nel ricambio generazionale.

L'analisi è condivisibile, ma la protesta deve essere analizzata alla luce di uno scenario che comunque ha esasperato studenti che non vedono più un futuro, se non precario.
E' vero che non si sente protestare contro i baroni, ma in questo momento non si può neanche pensare che chi si oppone al Decreto ora Legge Gelmini lo faccia andando in piazza con in tasca la riforma dell'università.
Le proteste come quella del '68 o del '77 o questa tutte diverse tra loro, hanno un comun denominatore la denuncia di un sistema insopportabile e l'esigenza di provare a cambiare, di cominciare a dire basta.
Il politicamente corretto che si vorrebbe pretendere è decisamente fuori luogo, come non dare ragione per alcuni aspetti all'assistente capo di polizia che denuncia oggi su Repubblica alcune contraddizioni del movimento? Ma sono anche cose abbastanza datate, per ogni movimento si trovano le pulci e fuguriamoci se non si evidenziano oggetti di status symbol come i telefonini.
E' vero invece che la politica non ha gli strumenti per interpretare il disagio e tradurlo in proposte di riforma, diciamo che non ha gli strumenti ma realmente è proprio vero che non vuole modificare proprio quegli status baroneschi che hanno i loro difensori a destra e sinistra. Ma pensate a portare in piazza questi contenuti nel mentre si approva un taglio dei finanziamenti all'università e si annunciano riforme senza nessun confronto democratico.
Rispetto al sistema delle fondazioni citato come esempio delle Finlandia, penso che dobbiamo fare molta attenzione abbiamo già un costo elevatissimo per pagare amministratori inutili, non creiamo altre occasioni per far aumentare i costi della politica.

Mi pare che sia comune a tutti la necessità di cambiare rinnovando e riformando la cultura italiana e le stesse Istituzioni in alcuni ordinamenti obsoleti come il sistema elettorale, la rappresentatività dei cittadini nello Stato e degli studenti nell'università. Chiaro che gli studenti debbano essere svincolati dalle cinghie della precarietà economica familiare , in tutto il corso scolastico, affinchè frequentino con profitto i corsi, chiaro che le corporazioni feudali ordinistiche debbano essere licenziate per fare posto a managers che siano in grado di misurare e rendicontare al ministero il loro operato, con l'obiettivo dell'eccellenza e dello sviluppo. Alcune osservazioni:
1) non possiamo seguire l'esempio della Francia per le peculiarità storiche dello stato italiano, non piramidale nella sua struttura di potere, ma asservito agli interessi delle corporazioni politiche e ideologiche tuttora chiuse alla modernizzazione del Comuni alle Province, alle Regioni sino alle Cattedre Universitarie, ai campanilismi egocentrici delle Associazioni e delle Società, manca sia l'unità che il federalismo (tuttora ignota sindrome da catarsi eugeneica) per cui possiamosolo salvarco con l'immaginazione e la buona sorte, in attesa di una palingenesi elettorale che rinnovi il Parlamento.
2) non possiamo tollerare che gli studenti in piazza trovino media che si compiaccino della loro rabbia senza che siano visibili le loro proposte, validate da una democratica rappresentatività politica o di movimento (che ci sia uno statuto almeno che ne indichi la genesi e gli obiettivi!) . Bando al paternalismo e alla tolleranza della violenza e dei violenti, si governi e si lasci governare, si rappresentino e si facciano rappresentare, dove erano tutti gli studenti di "oggi in piazza" due anni fa, cinque anni fa, dieci anni fa? Le grida non hanno peso sociale se non c'è l'accettazione sapiente di una democrazia liberata (dagli ideologismi) e liberale (legiferata e legittimata). Si cominci tutti a vivere nel rispetto della Democrazia liberata e liberale.
Ti lascio in lettura il blog neofita per uno stimolo, entrando nel merito.
Ti leggo volentieri.
Valdemar.

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