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L’uomo che parlava agli alberi

Nella sera calda di Cucuta il racconto di Luis scorre lento, nel silenzio di noi quattro o cinque che lo ascoltiamo immobili. Vedrete – ci era stato detto – è un tipo interessante e vale la pena sentire da lui come vede la situazione colombiana. La prima reazione, confesso, non era stata di grande entusiasmo. Dopo due giorni pieni di incontri, che hanno finito per confondermi le idee più di prima, temevo di aggiungere altre informazioni ad un quadro che fatico a mettere a fuoco. Difficile capire un paese che convive da quarant’anni con forme brutali di violenza, alle quali ormai sembra assuefatto. Una violenza generalizzata, di tutti contro tutti, trasformata nel corso degli anni in una faida dove si ammazza senza più ricordare nemmeno se il motivo è ideologico o economico, se all’origine c’era un’aspirazione rivoluzionaria o se è sempre prevalso l’interesse particolare dei vari gruppi di potere. Dove il terrore è diventato un mestiere come un altro, anzi in molti casi l’unico mestiere possibile per decine di migliaia di persone che altrimenti non avrebbero di che campare. In un sistema praticamente perfetto in cui tutti gli attori – militari e paramilitari, ribelli e narcotrafficanti – sono talmente funzionali gli uni agli altri da costituire uno stato di equilibrio al quale nessuno sembra voler veramente rinunciare. E dove, nelle forme del commercio internazionale di cocaina, la violenza è anche il principale prodotto di esportazione, come contributo della Colombia alla globalizzazione degli istinti di distruzione.

Insomma avevo bisogno di metabolizzare le cose già ascoltate o viste (come la visita ad una delle aree più disastrate della città, non protocollare e per niente gradita ai nostri ospiti istituzionali) più che sentirne di nuove. Alla ricerca di un punto di vista. Non sapendo che era lì, ad aspettarmi, nelle parole quiete di Luis.

Il dottor Luis Eladio Perez era un membro del Senato colombiano quando fu rapito dalle Farc il 10 giugno 2001. Ha quasi la mia età ma gli ultimi sette anni della sua vita li ha trascorsi nella foresta, gran parte del tempo incatenato ad un albero. Quasi cinque anni di prigionia li ha trascorsi insieme a Ingrid Betancourt, con cui ha condiviso anche un tentativo di fuga. Per tre anni, dopo essere stato nuovamente catturato, gli è stato impedito di parlare con chiunque, compagni di prigionia e carcerieri. La sua liberazione è avvenuta il 28 febbraio di quest’anno, qualche mese prima della Betancourt, come risultato di una trattativa condotta da Chavez, il presidente venezuelano. A differenza della Betancourt, sostenuta dalla grande mobilitazione della società francese, la sua testimonianza non ha beneficiato dei riflettori internazionali e per questo sentirlo parlare è una scoperta.

Nel corso del suo lungo sequestro Eladio Perez ha creduto di uscirne vivo all’inizio, poi non più. Le parole di un sopravvissuto lasciano sempre il segno. Se poi ha avuto sette anni per riflettere a quanto stava accadendo, e non è impazzito, il segno è ancora più profondo. Per questo il suo racconto per me è diventato il perno attorno al quale hanno cominciato ad prendere ordine i singoli quadri. Quello della peculiarità colombiana innanzitutto: un paese isolato dal resto dell’America Latina, nel quale minima è l’influenza dei processi che – non senza contraddizioni – altrove stanno creando le condizioni per assetti socialmente più stabili e economicamente meno fragili. Una diversità che risale nel tempo all’epoca di una conquista spagnola che qui è stata più cruenta che altrove, con lo sterminio delle popolazioni indigene e, a seguire, l’abitudine a considerare normale la violenza come strumento di “gestione” del territorio.

Ascoltando Luis dagli ultimi duecento anni di storia emerge un’unica, ininterrotta catena di eventi che hanno alimentato questa cultura di violenza. Solo negli ultimi quarant’anni, l’arco di vita di una generazione, neppure un giorno è trascorso senza stato di guerra. Il conflitto interno è diventato una condizione cronicizzata, quotidiana, aggravata dallo sfumare dei confini tra le parti coinvolte. Al vertice, non è facile distinguere tra potere dello Stato, legittimato all’uso della forza attraverso un’imponente presenza militare che assorbe quasi il quaranta per cento del bilancio dello Stato, e formazioni paramilitari che in certe fasi si sono mosse al fianco, o al posto, delle forze ordinarie per scavalcare i confini della legge, seminando morte. Né sempre è chiara la distinzione tra gruppi di autodifesa, come si fanno chiamare i paramilitari, e i settori del narcotraffico, specialmente dopo lo smantellamento dei due grandi cartelli criminali (Medellin e Cali) che per anni hanno controllato in forma quasi monopolistica il mercato della droga, nazionale e internazionale.

La decapitazione del duopolio non ha sconfitto il narcotraffico bensì lo ha trasformato. Oggi prevale un sistema in cui opera una miriade di microgruppi criminali, permeabili allo scambio di interessi e favori con altre forze, tra cui appunto quei gruppi paramilitari obbligati a riciclarsi tutte le volte che le istituzioni nazionali decidono di rendersi più presentabili. Ma la frammentazione dell’organizzazione narcotrafficante ha aperto analoghe opportunità anche alle formazioni guerrigliere, nate in un lontano passato per portare al potere gli ideali politici bolivariani (FARC) e castristi (ELN) e riconvertite negli ultimi anni ad una versione deideologizzata in cui il traffico di droga non è più solo una forma di finanziamento ma una ragione d’essere, ispirata alla cultura del denaro facile che in fondo riflette gli stessi comportamenti di una corruzione pubblica dilagante. Istituzioni e nemici delle istituzioni finiscono così per condividere la stessa cultura e gli stessi interessi.

Quel che non è quasi più separato al vertice lo è ancora meno alla base, dove quasi un terzo della popolazione colombiana – povera, abbandonata, discriminata – milita nelle organizzazioni paramilitari o guerrigliere, nelle bande di narcotrafficanti o nelle file dell’esercito, non per scelta ma per uscire da una condizione di miseria, in un circolo vizioso in cui la violenza è alimentata dalla povertà estrema e a sua volta la produce. Diventa datore di lavoro il potere più forte che si impone in una determinata area geografica, poco importa se per via legale o illegale. Con ampie zone del paese in cui la guerriglia è l’unica forma di autorità che presidia il territorio. 

Sette anni da sequestrato hanno portato Luis Eladio Perez a percepire tutta l’aberrante follia di un paese che vive fomentando la divisione sociale, l’odio e il rancore civile, diffondendo la corruzione come costume ordinario di gestione della cosa pubblica, accettando la normalità dell’assassinio come strumento della vita politica e economica, bruciando quantità enormi di risorse nel conflitto interno e negando ogni opportunità di sviluppo ad una maggioranza della popolazione le cui condizioni di vita peggiorano costantemente. Luis riconosce ora che da senatore della Repubblica, membro del partito liberale, affiliato all’internazionale socialista, non aveva maturato fino in fondo il senso della schizofrenia del proprio paese e dell’abisso su cui si stava affacciando. Anche lui era parte di una classe dirigente rappresentativa solo di un settore del paese, all’interno di una società in decomposizione. L’assurda esperienza del sequestro – la cui unica spiegaz
ione va cercata nella volontà delle FARC di mantenere una parvenza di identità politica, specialmente nei confronti dell’opinione pubblica internazionale – ha messo a nudo come alla Colombia serva una ricostruzione integrale, a partire dalle sue basi sociali. La soluzione militare, su cui l’attuale presidente, Uribe, ha costruito il suo vasto successo popolare, ha dato una risposta al bisogno di sicurezza dei cittadini, ma secondo Luis Eladio Perez non potrà consentire la transizione verso uno stato di pace, perché sta ancora tutta all’interno della logica di violenza che ha distrutto la Colombia. Così come non è pensabile che un conflitto dal carattere endemico così profondo possa trovare soluzione senza un contesto internazionale appropriato e favorevole.

Da qui anche la necessità di voltare pagina nei rapporti con Stati Uniti e Europa, i primi fin troppo vicini alla scelta di usare la forza come unica politica per il governo della Colombia, la seconda troppo lontana, al riparo dietro i propri principi di rispetto dei diritti umani, invocati per non intervenire con un appoggio significativo alla realizzazione di politiche alternative di sviluppo sociale. Entrambi dunque colpevoli di una miopia suicida, in quanto insensibili alle conseguenze che la cultura della violenza colombiana porta dentro le nostre frontiere, come effetto di una perversa divisione internazionale del lavoro che ha assegnato alla Colombia il ruolo di fabbrica di narcotici per il mercato mondiale.

Il racconto di Luis continua. Si accalora quando commenta la posizione del governo, che da un lato non ammette alcuna responsabilità nel provocare vittime nella popolazione civile ma al tempo stesso allontana decine di militari colpevoli di eccidio. O quando stigmatizza lo scandalo di leggi più favorevoli al reinserimento nella società dei carnefici che alla compensazione delle vittime per i soprusi e le violenze subite. Il tono torna invece più quieto e riflessivo quando si domanda a voce alta (non sta parlando a noi, ma a se stesso) come la società colombiana può riuscire a trovare al proprio interno le forze per liberarsi da questo incubo interminabile. Fino a incrinare la voce quando prova a dire cosa significhi tornare alla vita normale dopo sette anni – in famiglia, tra gli amici, in mezzo alle persone conosciute – senza poter fingere che si sia trattato solo di una lunga parentesi, da chiudere per ricominciare ad essere come si era.

Continua il racconto e le ore passano senza che nessuno le conti. Luis il sopravvissuto – che per anni ha avuto solo alberi con cui parlare – non si ferma. Ha scoperto che dall’abisso ci si può salvare e vuole che altri, nel suo paese e nei nostri, facciano lo stesso. Per chi ha fatto esperienza della violenza in una delle sue forme più assurde tutto il resto non conta. E noi, che continuiamo ad ascoltarlo immobili, abbiamo l’impressione che sia riuscito a farcelo capire.