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Leon

L’ultimo incontro ha i toni pacati e tristi di una sconfitta annunciata. Leon, che negli anni Sessanta era giovane e voleva cambiare il suo paese, parla a bassa voce. La storia che ha da raccontare parla di un passato che continua, sordo e cieco, a guidare la vita di un’intera nazione.

La vita politica in Colombia si è polarizzata dalla fine degli anni ’50 attorno a due partiti, liberale e conservatore, che per quasi quarant’anni si sono avvicendati alla guida del governo con una formula, il Fronte nazionale, basata sulla spartizione consensuale di ogni spazio politico e istituzionale. Chi aveva vent’anni alla vigilia del ’68 e sperava in un futuro diverso non aveva molte alternative. Per questo Leon entrò nella guerriglia insieme ad altre centinaia di giovani, spinti da passioni nutrite da idee di uguaglianza, giustizia, libertà che non assomigliavano a nulla di quel che si poteva trovare al governo del paese.

A quel tempo fondare una struttura guerrigliera era la scelta più facile; senz’altro più semplice che costituirsi in sindacato, fondare un partito o creare un movimento sociale. La scelta di Leon fu per l’Ejercito de Liberacion Nacional, altri entrarono nelle Farc o in M19. E mentre in Colombia una generazione faceva il suo ingresso nella vita politica attraverso la lotta armata, anche nel resto del mondo esplodeva la stessa ondata di ribellione. Stessa rabbia, ma esiti diversi: solo in America Latina la scelta guerrigliera si è diffusa radicalizzandosi, di fronte alla reazione tetragona dei detentori del potere legali. Più a nord e più a est, dagli Stati Uniti ai nostri paesi d’Europa, il vento ribelle ha incontrato poteri più duttili e – salvo la degenerazione in terrorismo di minoranze violente ma esigue – ha trovato un posto all’interno della società e della politica, finendo per cambiarle entrambe. E per esserne cambiato.

Non così è stato nel sud del continente americano, dove le radici della tolleranza e della disponibilità al compromesso che la vita in democrazia abitua ad accettare erano tanto corte da cedere il più delle volte alla forza del radicalismo. Così la storia individuale di Leon coincide con la storia collettiva di un subcontinente che per un lungo, lunghissimo periodo ha preso la strada del conflitto senza mediazione, dello scontro totale. Con il corollario inevitabile che dove prevale la polarizzazione è sempre il più forte a vincere, e la forza non stava certo dalla parte dei gruppi di giovani nascosti sulla montagna: per quanto armati c’era sempre qualcuno più armato di loro.

Leon fu tra quelli che ad un certo momento cominciarono a pensare che la spirale senza fine della violenza non avrebbe mai cambiato il rapporto tra le forze in campo. In lui prevalse il realismo, o forse una versione nuova di idealismo che non accettava più i costi umani e sociali della lotta armata. Il conflitto senza fine aveva trasformato i movimenti guerriglieri in organizzazioni senza fini, dove la differenza con il nemico sfumava fin quasi a svanire. Per Leon questo era troppo: impossibile continuare a riconoscersi in un movimento in cui era entrato perché pensava di essere diverso e perché credeva con passione in una militanza inseparabile da fini e ideali, un movimento dove nei primi anni poteva trovare accanto a sé sacerdoti e intellettuali, finito invece – con il passare degli anni – per diventare una organizzazione esclusivamente militare, o peggio intrecciata con il potere criminale del narcotraffico. Così agli inizi degli anni ’90, quando la fine del Fronte nazionale aprì la strada ad una nuova fase politica, sancita dall’approvazione di una Costituzione che tentava di cambiare pagina rispetto al passato, Leon fece la sua scelta. Negoziò insieme ad una parte dell’ELN un accordo di pace con lo Stato e si integrò nella vita civile.

Sperava che la nuova stagione portasse al potere qualcuna delle idee per cui era rimasto trent’anni in clandestinità. Oggi, dopo quindici anni, spiega invece che anche questo obiettivo è fallito. In Colombia il segno lasciato da decenni di odi e violenze è ancora così profondo che non basta una nuova Costituzione a cancellarlo. Leon sperava che l’uscita dall’ENL sarebbe stata accompagnata dalla nascita di una forza politica legale, capace di entrare da protagonista nella vita del paese. Si è trovato invece tra l’incudine degli ex-compagni, ancora inchiodati alla propria visione di guerriglieri irriducibili, e il martello di un sistema politico che continuava a concepire lo stato di guerra come opzione preferita. Quindici anni molto difficili a giudicare dal tono della voce di Leon, sempre più basso. Traditore da un lato e tradito dall’altro.

Ora il suo impegno consiste nel dirigere una fondazione nata per effetto dell’accordo di pace con il governo. Si occupa dei problemi delle vittime del conflitto e svolge un lavoro sociale per desplazados e reinsertados, le due facce del disastro umanitario prodotto da una violenza che ha sradicato centinaia di migliaia di persone dai propri luoghi di vita, per farne dei profughi all’interno del proprio stesso paese. Vittime di una violenza che si somma a violenza, non più fisica ora ma non per questo meno brutale, perché riguarda la perdita di identità e dignità subita da persone alle quali è stato tolto tutto, in primo luogo la speranza.

E qui arriva la terza sconfitta di Leon. Che in realtà è una sconfitta della Colombia, perché nasce dalla constatazione che il dramma sociale non ha davanti a sé la prospettiva di una soluzione vicina. Tutto lascia presagire anzi che si stia andando verso un ulteriore aggravamento, come spiega categorico Leon: i prossimi due anni saranno molto duri, perché prima delle elezioni presidenziali del 2010 l’attuale governo farà di tutto per tentare il colpo di grazia alla guerriglia, con una prevedibile intensificazione di quella strategia militare che oggi conta sull’appoggio della maggioranza della popolazione (nonostante l’orrore di un esercito che “aggiusta” le proprie statistiche antiguerriglia sequestrando e assassinando gente comune) . Mentre sul fronte opposto – lo dice uno che ci è passato e sa leggere bene nella testa di quelli che un tempo furono suoi compagni di lotta – la guerriglia, sempre più isolata e minoritaria, punta comunque ad arrivare al 2010 viva e vegeta, con una resistenza ad oltranza.

Di nuovo la spirale di violenza dunque, segnalata dal congelamento di ogni negoziato di pace che suona come sconfitta di chi ha creduto in un’altra via. Come Leon, che deve aspettare ancora prima di vedere nel suo paese giustizia e uguaglianza. Leon che non parla più. Ma che guarda ragazzi e ragazze che lavorano nella sua fondazione, poco più che ventenni e tutti straordinariamente brillanti e appassionati. E lascia intendere che un secolo fa, quando toccò a lui, la scelta non aveva alternative. Mentre oggi, se chi vuole cambiare il proprio paese non ha come unica via quella della montagna e delle armi, è vero che un risultato almeno lo si è ottenuto. Sarà compito loro riscattare la Colombia da una lunga serie di sconfitte. E sentendoli discutere viene da pensare che questa volta potrebbero farcela. Sempre che da qui al 2010 – anche con un aiuto più lungimirante della comunità internazionale, a nord e a est – si riesca ad evitare che un’escalation di violenza faccia di nuovo ripiegare il paese sul proprio passato.