La Corte condanna, e l'Italia che fa?
Propongo un fermo immagine su una notizia passata quasi inosservata. La Corte di giustizia europea ha condannato l'Italia per il sistema che nel pubblico impiego impone alle donne di andare in pensione cinque anni prima degli uomini. Sembra un provvedimento a sfavore delle donne. In realtà - come commenta Angela Padrone in un suo articolo su Il Messaggero - è vero il contrario.
L'attuale regime discrimina le donne due volte: perché i cinque anni in meno implicano pensioni più basse e perché in questa maniera si cronicizza lo squilibrio - tutto italiano - per cui gli interventi pubblici continuano ad essere carenti nelle fasi della vita in cui le donne ne hanno più bisogno (all'inizio della carriera, quando i figli sono piccoli, quando ci sono genitori anziani da accudire).
L'Italia ha provato a contestare il provvedimento della Corte europea obiettando che la pensione anticipata rappresenta un "risarcimento" per le discriminazioni subite nel corso della vita lavorativa. Ma è proprio questo il punto su cui la sentenza evidenzia la contraddizione del sistema italiano: "la fissazione, ai fini del pensionamento, di una condizione d'età diversa a seconda del sesso non compensa gli svantaggi ai quali sono esposte le carriere dei dipendenti pubblici donne e non le aiuta nella loro vita professionale né pone rimedio ai problemi che esse possono incontrare durante la loro carriera professionale".
Considerando che il mercato del lavoro nel nostro paese, come si sa, è afflitto dal problema della forte penalizzazione dell'accesso delle donne, con conseguenze non trascurabili sulla dinamica economica, la sentenza europea potrebbe essere un'occasione per ridisegnare il sistema pensionistico, che resta il settore della spesa pubblica da cui più dipende lo squilibrio del welfare italiano. Ammesso che qualcuno si accorga della condanna.
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