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Un risveglio difficile

Da parte della Gelmini si registra un risveglio di interesse per i temi della ricerca scientifica. Dopo aver dedicato le sue attenzioni soprattutto al mondo della scuola e dell'università, per il ministro sembra finalmente giunta l'ora di prendersi cura del settore fin qui più trascurato. Mariastella – a leggere l'intervista sul Corriere di sabato scorso – si accinge a entrare in azione per lasciare un segno anche in questo campo. A qualcuno potrà scappare un gemito profondo, visti i precedenti. Non sono della stessa idea. Piuttosto del malinconico disinteresse fin qui prevalso, meglio avere a che fare con qualche iniziativa e valutarla nel merito.

Armato di questo spirito, tra l'ecumenico e il pragmatico, ho pensato di affrontare senza pregiudizio i tre temi su cui il ministro Gelmini intende impegnarsi. Il primo riguarda la presentazione entro giugno del piano nazionale della ricerca. A parte l'incomprensibile necessità di collegare quest'iniziativa al G8, che immagino debba occuparsi di tutt'altro, trovo condivisibile la proposta di individuare delle priorità strategiche a livello nazionale su cui concentrare parte delle scarse risorse disponibili. E' quello che avviene ovunque nel mondo, dove i governi si prendono la briga di finanziare la ricerca. Non vedo perché solo da noi debba suscitare scandalo e sollevare critiche in quanto inammissibile interferenza politica nella sfera di autonomia della ricerca. Uno Stato serio non solo investe in ricerca ma cerca di evitare che le risorse pubbliche si frammentino in migliaia di rivoli insignificanti. La serietà non va misurata a senso unico, solo dal lato della spesa. Il punto quindi, a mio avviso, non è contestare la definizione di alcune priorità (peraltro quelle citate dalla Gelmini – agroalimentare, tecnologie verdi, biomedicina e spazio – non mi sembrano affatto strampalate per un paese come il nostro, che farebbe bene a dismettere la presunzione di poter eccellere in tutto). La questione fondamentale è invece aver chiaro un disegno in cui alle risorse da dedicare alla ricerca finalizzata si affianchino risorse sufficienti per la ricerca non finalizzata, aperta all'imprevisto, di tipo esplorativo, non strettamente correlata con "vocazioni" o strategie legate allo sviluppo a breve o medio termine. Alla parte di budget finalizzata a finanziare pochi settori dove siamo competitivi (o abbiamo concrete speranze di poterlo divenire) deve corrispondere una parte di budget da utilizzare per creare nuove competenze e tracciare strade innovative. Altrimenti l'eccesso di finalizzazione divora se stesso e finisce per inaridire il terreno su cui poggia.

Detto questo, non mi convince per niente invece il secondo obiettivo gelminiano. Qualche consulente non troppo disinteressato deve aver convinto la ministra che il futuro della ricerca italiana passa per la costruzione di qualche large facility, ovviamente nel settore della big science. L'esempio del Cern, citato da Mariastella, è lì a dimostrare che non è il modello adatto all'Italia. Intanto, le infrastrutture veramente grandi – del tipo del Large Hadron Collider di Ginevra – nascono come imprese sovranazionali e, date le dimensioni, non potrebbe essere diversamente. Ci vogliono i bilanci di più Stati per assicurare un'esistenza dignitosa a mega-strutture per la ricerca fondamentale, che di solito lavorano per un orizzonte temporale con obiettivi a 10-15 anni. Con le trappole delle finanziarie, che ogni anno tentano di tirar giù qualche decimale dagli investimenti in ricerca, l'Italia già fatica a star dietro agli impegni già assunti. Figuriamoci se può lanciarsi nella creazione di una nuova large facility. E' già abbastanza quel che si deve fare per evitare la chiusura delle medium facility esistenti, come il Sincrotrone di Trieste o i laboratori nazionali Infn di Frascati, di Legnaro e del Gran Sasso. Anche perché il rapporto tra questi grandi laboratori e lo sviluppo tecnologico (ed economico) del paese è molto meno diretto di quanto suppongo sia stato spiegato alla ministra. L'esempio del Cern, di nuovo, è illuminante se lo si legge per il verso giusto. A Ginevra il processo di innovazione tecnologica e industriale attivato dalla ricerca sulle fisica delle alte energie non ha niente a che fare con la localizzazione sul territorio: le aziende che hanno realizzato i componenti di LHC non sono insediate fuori dalle porte dei laboratori, ma ciascuna ha operato a distanza, restando dentro i propri confini nazionali. E quando si è trattato di capire le potenzialità di qualche invenzione nata in casa, vedi la storia del Web, il caso del Cern andrebbe sì studiato, ma per fare il contrario, visto che si tratta di uno di quegli esempi in cui un'innovazione nata nel contesto della ricerca europea è diventata un successo mondiale solo quando ha traversato l'oceano incontrando lo spirito imprenditoriale americano. Neppure si può dire che il centro di fisica nucleare ginevrino sia l'esempio migliore di come un'investimento in ricerca attragga cervelli e produca occupazione: anche in questo caso la formula del Cern è quella di una infrastruttura internazionale di cui la comunità scientifica si serve in funzione delle necessità, senza per questo sentire il bisogno di trasferirvisi con armi e bagagli. Il valore, in questo caso, è quello di una straordinaria contaminazione internazionale e un sostanziale effetto-convergenza che contribuisce a rafforzare una comunità scientifica. Obiettivo cruciale per l'avanzamento della scienza, ma cosa diversa rispetto agli scopi che si pone la Gelmini. Forse qualcuno dovrebbe dirle che in questo modo i problemi finiscono per aggravarsi, anziché venire risolti.

Quanto al terzo obiettivo (e sorvolando per il momento sull'intenzione di mettere in cantiere l'ennesimo riordino degli enti, che è l'equivalente per la ricerca italiana del completamento della Salerno – Reggio Calabria) il plauso è sincero. Con una postilla, di cui dico tra un attimo. Afferma infatti il ministro Gelmini che è ora di affrontare, con interventi non indolori, il nodo dei distretti tecnologici (quelli, per intenderci, introdotti quando ministra era la Moratti): "non si può – dichiara – continuare a finanziare senza un risultato: la selezione è necessaria". Sacrosantissime parole, ma da postillare con un'osservazione. Anzi due. Se si ha la sensazione che i fondi non siano andati nei posti giusti una prima occhiata sarebbe il caso di darla all'interno dello stesso ministero di cui la Gelmini è responsabile. Procedure serie di selezione e valutazione degli interventi dovrebbero essere il grado zero di ogni politica della ricerca. Non sorprende che qualcuno in giro per l'Italia abbia avanzato proposte di distretto inconsistenti e evanescenti, ma che ci sia stato chi ha concesso loro finanziamenti. L'idea dei distretti tecnologici non era male, ma è stata applicata pessimamente. Se ne è fatto un vago manifesto, dietro al quale è passato di tutto. Così anche iniziative serie (e ce ne sono state) hanno finito per confondersi in una marmellata generale in cui i fondi sono andati ai più intraprendenti (è un eufemismo naturalmente), anziché a chi se li meritava. Quindi – e questa è la seconda osservazione – prima di azzerare tutto e ripartire daccapo con qualche altro marchingegno diabolico (perfetto sulla carta, ma poi rapidamente massacrato nei corridoi ministeriali), sarebbe consigliabile intendersi su
come avviene la selezione e chi ne è responsabile. La lunga e tortuosa gestazione dell'Agenzia per le nuove tecnologie non ha contribuito a dissipare il dubbio che ancora una volta i migliori propositi potrebbero finire per scontrarsi con l'incapacità attuativa e con l'inerzia burocratica. Se la Gelmini vorrà dare prova di voler davvero affrontare i problemi della ricerca italiana, è proprio da qui che deve cominciare.