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L’open access alla battaglia contro l’editoria scientifica

Finora la strategia di rendere accessibili le pubblicazioni scientifiche gratuitamente e a tutti, ricorrendo a riviste o repository online, sembrava la scelta obbligata per i ricercatori dei paesi in via di sviluppo o per le  comunità scientifiche più giovani e in cerca di affermazione. Negli ultimi anni si è assistito alla moltiplicazione dei progetti per rendere open access la produzione di ambienti scientifici che sentivano la necessità di colmare uno svantaggio in termini di visibilità internazionale.

E' avvenuto in Sud Africa con l'edizione online e gratuita del South African Journal of Science, con cui l'Academy of Science of South Africa punta ad accrescere la circolazione internazionale dei lavori dei propri membri. Idem in Qatar, dove il Qatar National Research Fund ha messo in linea un database contenente gli abstract di tutte le ricerche realizzate nel paese, con lo scopo di rimediare alla propria collocazione periferica. La tendenza si sta diffondendo anche in Asia. In India Naresh Kumar, responsabile del Council of Scientific and Industrial Research, sta premendo perché i research papers dei 42 laboratori associati e le 20 riviste pubblicate dal Council siano resi interamente open access. Stesso movimento si sta affermando tra alcuni dei più noti ricercatori cinesi, che lamentano la scarsissima circolazione internazionale dei journals scientifici del proprio paese e gli effetti deleteri sulle loro carriere. Per questo c'è un progetto per rendere open access le riviste della serie Science in China, che rappresentano le pubblicazioni in lingua inglese di maggiore prestigio della comunità scientifica cinese.

Questa diffusione dell'open access ora è destinata a subire un'accelerazione. Il fatto nuovo è che alcune delle più ricche università occidentali hanno imboccato con decisione questa strada. Costi sempre più elevati delle riviste scientifiche e voglia di rendersi autonomi da editori divenuti troppo potenti hanno mosso MIT, Harvard, Boston University e le università pubbliche della California a sposare una politica a favore dell'open access, per riprendere il controllo sulle modalità di diffusione delle proprie ricerche. Ad Harvard il ghiaccio è stato rotto dalla Faculty of Arts and Sciences, che a febbraio dello scorso anno ha approvato una delibera con cui si è resa obbligatoria la disponibilità pubblica e gratuita di tutti i lavori accettati per la pubblicazione. A gennaio di quest'anno il sistema delle biblioteche dell'Università della California (10 campus, migliaia di ricercatori) ha trovato un accordo con l'editore Springer per consentire ai propri autori di pubblicare sulle riviste del gruppo, in forma integrale e accessibile gratuitamente. Ultimo in ordine di tempo, il MIT ha appena preso la decisione di seguire la strada dell'open access come scelta d'ateneo. In questo caso la politica adottata è stata quella di rendere disponibili tutte le pubblicazioni dei ricercatori in Dspace, un repository basato su piattaforma open source sviluppata dallo stesso MIT. Ricercatori di tutto il mondo si stanno muovendo per contrastare il monopolio delle riviste scientifiche. La rete dà loro una mano.