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Le due facce del velo

La legge francese sul velo sta producendo conseguenze inaspettate. Era nata nel 2004 come norma sulla laicità, con l'intento di bandire dai luoghi pubblici (in particolare dalle scuole) l'ostensione di segni di appartenenza religiosa. Ma con il passare degli anni si sono moltiplicati i ricorsi alla giustizia da parte di chi ritiene che questa norma abbia introdotto delle discriminazioni ingiustificate tra cittadini. Di fronte al crescente contenzioso, provocato dai ricorsi alla giustizia di donne musulmane alle quali era stato imposto di rinunciare al velo, nel 2008 l'Alta autorità per la lotta contro le discriminazioni e per l'uguaglianza (Halde) ha preso una posizione netta, dichiarando che "seules des circonstances particulières rendant incompatibles le port du foulard avec des exigences de sécurité et/ou de santé". Questa posizione si colloca nel solco di una precedente sentenza del Conseil d'Etat, che nel 1996 aveva sostenuto che "le seul port du foulard ne constitue pas par lui-même un acte de pression ou de prosélytisme". In altre parole, l'imposizione di restrizioni alla libertà religiosa è una negazione dell'uguaglianza tra cittadini che non può essere giustificata in nome della laicità dello Stato. Nel conflitto tra due principi, entrambi fondamentali per la costituzione repubblicana francese, non c'è motivo perchè uno debba prevalere sull'altro. In uno dei paesi europei di più antica immigrazione, le seconde e terze generazioni non accettano più di essere considerati una componente transitoria della società. Dimostrando di averne recepito a tal punto i valori giuridici da considerarli una garanzia per la affermazione e la difesa della propria identità. Una ragione in più per convincersi che il futuro dell'Europa sta in un maturo cosmopolitismo, piuttosto che nel tentativo di alzare steccati a protezione dei vecchi confini nazionali.