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La parabola del diritto di copia

In principio il copyright era una misura democratica, nata con l'illuminismo a tutela della diffusione delle idee. Contro il comportamento monopolistico dei librai, riuniti in corporazione per rivendicare il diritto di sfruttare senza limiti e senza termine l'opera degli autori, il parlamento di Londra nel 1710 approvò la prima legge sul diritto di copia, che fissò la durata del copyright in 14 anni, rinnovabili una sola volta. Concepita come rimedio allo strapotere di pochi, che impediva l'avvento di una illuminata "repubblica delle lettere", la norma che doveva conciliare l'interesse di autori, editori e pubblico, favorendo la diffusione della conoscenza, con il tempo si è rovesciata nel suo contrario. Per una di quelle vendette di cui la storia spesso è capace oggi il copyright sta a simboleggiare il principio opposto: un insieme di regole fatto per limitare la diffusione del pensiero anziché promuoverne la circolazione. Oggi la durata del copyright è stata estesa all'intera vita dell'autore, più ulteriori 70 anni.  Cosicché gran parte della produzione culturale del '900 è protetta da diritti di autore e non può circolare liberamente.

In un articolo su The New York Review of Books (che questa settimana l'Internazionale ha ripubblicato in italiano) Robert Darnton, direttore della biblioteca di Harvard e storico del '700, ripercorre la storia del diritto d'autore per metterci in guardia. Quel modello, nato per affrancare la cultura dai privilegi dell'aristocrazia, quando ha incontrato la professionalizzazione ottocentesca dei saperi si è gradualmente trasformato fino a riportare tutto il potere nelle mani della "corporazione dei librai", ovvero in linguaggio più moderno nella mani dell'industria culturale. Il sistema si è sviluppato fino a raggiungere gli eccessi attuali, con i prezzi delle pubblicazioni scientifiche saliti alle stelle, i bilanci delle biblioteche in rosso, le vendite in calo, e le conseguenti, proibitive difficoltà per un giovane ricercatore di farsi spazio nel mondo dell'editoria (e quindi, in una realtà dove pubblicare equivale a far carriera, di accedere alla professione di ricercatore).

Per questo oggi, nella giornata che l'Unesco dedica al libro e al diritto d'autore, il tema vero è tornare a separare questi due concetti, affermando il principio che la vita di un'opera dipende dalla sua circolazione, più che dalla sua commercializzazione. Interesse dell'autore (e dell'industria che gli consente di arrivare sul mercato) e interesse del pubblico devono trovare un nuovo punto di equilibrio, che non sarà la digitalizzazione del patrimonio librario a garantire.

Darnton si dice preoccupato per la facilità con cui oggi si accetta di mettere nella mani di un'unica azienda (Google) la responsabilità di rendere accessibile digitalmente le immense risorse librarie delle biblioteche pubbliche. E' vero infatti che l'intervento di Google consente di mettere a disposizione di un pubblico mondiale un patrimonio altrimenti poco, o per nulla, accessibile. Ma la nascita della più grande biblioteca digitale del mondo pone Google nella condizione di diventare la più grande azienda editoriale del mondo. E non è detto che ciò che oggi è accessibile a tutti e gratuitamente sia destinato a restarlo anche in futuro.

Troppa concentrazione nelle mani di un'unica azienda riapre di nuovo la porta al rischio di monopolio, dal quale cerchiamo di liberarci da (almeno) tre secoli. Se è vero quindi che "mentre le autorità pubbliche dormivano, Google ha preso l'iniziativa", sta di fatto che, per la prima volta dai tempi della biblioteca di Alessandria, il compito di conservare e trasmettere il sapere dell'umanità coincide con la ragione sociale di una società quotata in borsa. Ed il mercato, come abbiamo visto di recente, non è sempre infallibile come si pretende.