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I vandali dell’economia

Sembra che finalmente qualcuno se ne sia accorto. Che senso ha lamentarsi dei disastri prodotti dai manager, che nelle banche e nelle aziende hanno agito come legionari del pensiero unico, senza risalire alle scuole che li hanno formati? I costosi e ambiti master in business administration sono stati, in questi anni, la spina dorsale di una classe di imprenditori e dirigenti per i quali il pensiero economico si è ridotto ad una, più o meno sofisticata, meccanica del profitto. Come sorprendersi che il mondo abbia finito per essere schematizzato e ritagliato su misura, così da rientrare in powerpoint adatti solo ad esprimere la succinta visione di chi pensa che nulla, fuori dai modelli della finanza e del marketing, valga la pena di essere studiato? 

Avanti allora con un po’ di sano revisionismo. Meglio ancora se viene da testate come l’Economist o il Financial Times, di cui non si può davvero sospettare un’inclinazione favorevole alle teorie economiche che non si limitano a dare un prezzo alle cose. Colpisce quindi leggere una critica severa degli MBA come fucine di “shallow, narrow and static thinkers”, ovvero luoghi che devono profondamente cambiare approccio per “broaden the dialogue, exposing our students to a multiplicity of views that they do not receive at most business schools today”. 

Potenza della crisi, se anche nel tempio dell’ortodossia liberista ci si interroga se l’impresa sociale, e lo sviluppo di un pensiero creativo, non siano campi interessanti di ricerca.