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Power made in China

La questione delle armi vendute dagli Usa a Taiwan. La censura imposta dal regime a Google, ed ora rimessa in questione dai vertici di Mountain View. I rapporti con il Dalai Lama (che hanno sempre fatto saltare la mosca al naso a Pechino). Il dumping valutario. La minaccia che, prima o poi, i vertici del partito comunista cinese possano decidere di non finanziare più il debito degli Stati Uniti, dando così una robusta spallata al dominio globale degli americani. Non mancano di certo gli argomenti per rendere complicato il rapporto tra i due giganti, avviati a negoziare – più o meno ruvidamente –  lo scenario di un nuovo duopolio mondiale. 

Ma come se non bastasse, ora anche la leadership nel campo delle tecnologie pulite contribuisce a rendere il confronto acceso. Mentre gli Stati Uniti per anni hanno frenato sui protocolli di Kyoto, cercando di rimandare il più possibile la resa dei conti con il disavanzo energetico, e l’Europa si perdeva dietro dichiarazioni e programmi-quadro, in Cina si sono messe in pratica le politiche che altrove restavano sulle pagine dei giornali e nei dibattiti.  

Oggi la Cina ha sorpassato i paesi occidentali divenendo il maggior produttore mondiale nel settore fotovoltaico e delle turbine eoliche. E non contenti, i cinesi stanno puntando a diventare leader tecnologici anche negli altri settori delle energie rinnovabili. Made in China saranno generatori e controlli elettronici, sistemi di produzione a biomassa e impianti idroelettrici, nucleare e solare termodinamico. Nel 2008 gli occupati nel settore delle rinnovabili erano già 1,2 milioni, con una previsione di crescita nell’ordine di 100.000 nuovi addetti ogni anno. E dal 2012 la Cina sorpasserà gli Stati Uniti per volume complessivo di energia prodotta. E l’America comincia a preoccuparsi.