Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Requiem portoghese

Eccoci arrivati al 2010. L'anno in cui la crescita della zona euro raggiungerà appena lo 0,9 per cento, mentre quella cinese si manterrà attorno al 10 per cento, l'indiana al 7 per cento, la brasiliana toccherà il 4,8 per cento e la statunitense il 4,4. Un anno record per la disoccupazione a livello continentale, oltre il dieci per cento. Con l'aggravante che anche chi ha un impiego appartiene ad una forza lavoro che è giudicata - come segnalava giovedì scorso uno studio della Commissione europea - "ampiamente sottoqualificata". 

Un anno in cui l'Europa arranca non solo da punto di vista economico, con conseguenze prevedibili quanto alla possibilità di mantenere il modello sociale di welfare che l'ha sin qui distinta, ma anche come capacità politica. Il nuovo ordine mondiale si sta disegnando lungo altre direttrici. La voce dell'Europa è sempre più flebile e sempre meno ascoltata.

Dieci anni fa non si pensava che le cose sarebbero andate così. Anzi, premier e cancellieri dei governi europei guardavano al futuro con baldanza. Nel 2000 a Lisbona era stato tracciato il programma ambizioso che avrebbe dovuto portare l'Europa entro dieci anni ad essere il continente più competitivo, rinvigorito dalla economia della conoscenza e reso più dinamico dagli investimenti in risorse umane e dalla lotta all'esclusione sociale. La strategia di Lisbona, appunto: un fallimento di cui ancora oggi quasi nessuno vuol trarre le conseguenze, quasi che il mancato raggiungimento di quegli obiettivi fosse da imputare solo a cause esterne. Un destino cinico e baro, che si sarebbe accanito contro il nostro continente impedendogli di raggiungere entro il 2010 quella piena occupazione che era stata stabilita come obiettivo prioritario.

La risposta "istituzionalista" alla domanda di cosa sia accaduto, perché una previsione tanto ottimistica potesse essere rovesciata nel suo contrario, è probabilmente vera ma parziale. E' vero che stiamo pagando un processo di integrazione troppo lento e timoroso. Così come è vero che la somma delle cautele nazionali ha portato a disegnare un governo dell'Europa strutturalmente debole, fatto per impedire l'affermazione di qualsiasi leadership. Naturalmente in queste condizioni faticano ad emergere strategie e policy efficaci, in quanto tende a prevalere il compromesso o la rassicurante ripetizione del noto. Una situazione ideale per una gestione amministrativa di basso profilo, che non rischia e non osa. Però l'attesa di un governo europeo più autorevole – e istituzionalmente più "empowered" – non può essere una giustificazione sufficiente per evitare di rimettere in discussione le politiche di cui si manifestano, con evidenza, le manchevolezze.

Il caso della ricerca scientifica resta uno degli esempi più chiari. Decenni di investimenti in programmi-quadro, e in complicate architetture finalizzate alla creazione di una area europea della ricerca, non sembrano affatto aver ottenuto lo scopo di rimontare la differenza di dinamismo rispetto alle istituzioni di ricerca di altri continenti. Difficile del resto che andasse diversamente, visto che il principio ordinatore di questa politica si è mosso più in direzione della coesione transnazionale che verso l'obiettivo di una competitività scientifica globale. 

Avremmo dovuto portare l'innovazione nel welfare e ci siamo ritrovati invece con un approccio da welfare applicato all'innovazione. Come altro si spiega, altrimenti, la replica ossessiva (e immune da qualsiasi ripensamento critico) di programmi che impongono partnership sempre più estese, sempre più multinazionali, che frammentano contro ogni logica la realizzazione di un progetto di ricerca, e rendono inevitabile la moltiplicazione delle funzioni amministrative e di coordinamento? Come se, per rendere qualcuno dei propri atenei o centri di ricerca capace di competere a livello mondiale, un paese, anziché concentrare le risorse per ottenere questo risultato, imponesse la regola che ogni istituzione deve suddividere i propri obiettivi con una folla di altri soggetti, ciascuno responsabile solo per una frazione del risultato finale. 

Caso unico al mondo, in Europa l'eccellenza scientifica si persegue per frammentazione anziché per focalizzazione. Peggio: si è elevato a standard di valutazione il successo nell'ottenere la partecipazione a quei progetti che, così concepiti e gestiti, hanno fiaccato la produttività scientifica europea piuttosto che rivitalizzarla.

E non è che un esempio, quello che forse conosco meglio, di un approccio ai fini che dimentica quanto sia importante la scelta dei mezzi. E che non tiene presente, soprattutto, quanto sia importante il coraggio di mettere in discussione quegli strumenti e quelle politiche quando è dimostrato che non funzionano.