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ERC: Italia a due facce

Il primo bando del Consiglio europeo della ricerca (ERC) è stato un successo: 9167 proposte, di cui 559 selezionate per la seconda fase di peer review. L’istituzione dell’ERC è una delle migliori iniziative europee nel campo della ricerca: finalmente anche l’Europa ha un’agenzia sul modello dell’americana National Science Foundation, di cui da tempo si lamentava la mancanza.

Il suo ruolo si concentra sul sostegno finanziario alla ricerca di frontiera "investigator-driven". Conta la qualità delle proposte che il singolo ricercatore formula e il tema può essere dettato da curiosità, superando la distinzione ormai datata tra ricerca di base e ricerca applicata. Non ci sono temi prefissati, non si danno settori preferenziali "policy-driven".

A questo punto del percorso di valutazione (il 17 settembre era la data di presentazione delle proposte complete da parte dei 559 sopravvissuti alla prima selezione) l’Italia emerge però in tutte le sue contraddizioni. E’ il primo paese per numero di proposte presentate. Il secondo paese (segue la Germania) per numero di proposte accettate. Ma il quinto paese (dopo Germania, Inghilterra, Francia e Olanda) se si considera il luogo dove i ricercatori svolgono la propria attività. In altre parole: (i) c’è stato un assalto di ricercatori italiani al bando ERC, motivato dalla scarsità di fondi nazionali, (ii) la qualità delle proposte è risultata più che buona, confermando il livello dei nostri ricercatori, (iii) tuttavia buona parte dei ricercatori italiani che hanno passato la selezione già oggi non lavorano più nel nostro paese.

Per l’obiettivo di costruire un’area europea della ricerca poco conta dove lavori un ricercatore. Ma per mantenere l’Italia in Europa conta non poco che i ricercatori riescano a lavorare bene anche nel nostro paese.