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Google e l’acqua calda

Dunque la “next big thing” sarà l’acqua calda. Dopo personal computer e internet la ricerca del prossimo grande business innovativo per fare soldi, tanti e in fretta, sembra approdata alle energie rinnovabili. A dirlo non sono le aziende del settore, colossi mondiali dell’energia o piccole start-up del cleantech. Google l’altro ieri ha annunciato investimenti per alcune centinaia di milioni di dollari in progetti innovativi nel campo dell’energia rinnovabile.

Il programma RE-C non sembra fumo negli occhi per promuovere l’immagine della società, anche se la tendenza a dare una mano di vernice verde a tutto quel che produce reddito sembra ispirare le strategie di ogni company nord-americana in ossequio al nuovo potente “credo” ambientalista. L’impressione che l’iniziativa di Google non sia (solo) questione di pubbliche relazioni poggia sul fatto che gli ingegneri e i ricercatori in via di assunzione da parte della società di Mountain View non verranno fatti lavorare su tecnologie da “effetti speciali”, ma sul solare termico, la geotermia, l’eolico. L’obiettivo non è la fattibilità tecnologica, ma la convenienza economica.

Con logica tipicamente industriale (e dunque “business oriented”) l’obiettivo dichiarato da Page è quello di produrre energia da fonti rinnovabili a costi inferiori rispetto al carbone. Questo esclude – per il momento – quelle tecnologie come il fotovoltaico che ancora non soddisfano criteri di economicità, non potendo in assenza di incentivi pubblici reggere la concorrenza di altre fonti. Un chilowattora di elettricità prodotto con il carbone costa da 2 a 4 centesimi di euro. Lo stesso chilowattora prodotto con pannelli fotovoltaici costa da 26 a 34 centesimi di euro. Per contro con l’uso del solare termico a concentrazione (ovvero specchi che concentrano i raggi solari su una caldaia fino a trasformare l’acqua in vapore per alimentare la turbina di un generatore) la produzione di un chilowattora con le attuali tecnologie costa tra i 7 e i 9 centesimi di euro: non così distante rispetto al carbone.

Con approccio molto pragmatico, Larry Page cita la competenza che Google si è fatta nella progettazione e gestione di grandi data center efficienti dal punto di vista energetico (sul tema vedi qui). Lo scopo – come dice il gemello Sergey Brin, co-fondatore di Google – è trasferire su scala più ampia il concetto per cui “cheap renewable energy is not only critical for the environment but also vital for economic development”.

Nel breve periodo l’obiettivo è quello di produrre a costi competitivi con il carbone un gigawatt di energia rinnovabile, equivalente alle necessità di una città come San Francisco. Più in generale la strategia consiste nel salire di scala, portando l’attenzione allo sviluppo di energia rinnovabile dall’impegno di una miriade di micro-iniziative che avanzano ancora piuttosto lentamente ad un investimento di dimensioni ampie, capace di imprimere un’accelerazione decisa allo sviluppo e alla diffusione di nuove fonti energetiche verdi e economiche. Qui sta il nodo per Google: “usual investment criteria may not deliver the super low-cost, clean, renewable energy soon enough to avoid the worst effects of climate change”.

La novità quindi è che non siamo di fronte ad una moda passeggera. La Silicon Valley, che da anni cercava “the next big thing” verso cui orientare capitali e talenti, ha fatto la sua scelta. Lo stesso stanno facendo venture capital e grandi banche d’affari, a partire dalla svizzera Banque Pictet con i suoi 220 miliardi di euro da gestire. Vent’anni fa la rivoluzione informatica ha rivoluzionato le gerarchie dell’economia mondiale. Oggi il cleantech promette di fare altrettanto, mettendo insieme coscienza ambientale e profitto. Qualcuno vede in giro una formula migliore?