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Geografia dell’apertura

Cambia la geografia dell’innovazione. E cambia di conseguenza la strategia. Le interconnessioni sono così spinte che anche le grandi aziende hanno dovuto mettere da parte ogni ostilità per il “not invented here”. Una rivoluzione per le imprese nate nel secolo scorso, loro malgrado obbligate ad adattarsi al modello della “open innovation”. Che poi altro non significa se non che le buone idee possono nascere ovunque. Sempre più spesso fuori dei confini della propria organizzazione.

Vince chi per primo intercetta la creatività che circola nello spazio aperto. Aprendosi alle collaborazioni: con altre industrie, con i luoghi dove si produce sapere, con chi userà realmente l’innovazione nel proprio lavoro e nella propria vita.

Il nuovo modello di produzione non è più monolocalizzato. Prevalgono la diffusione e la modularità, conseguenze in parte inattese del potere creato dall’information technology. La conoscenza non è mai stata così distribuita come in questo nostro tempo. Però è una distribuzione ineguale che finisce per accentuare la disparità di opportunità tra luoghi, regioni, gruppi sociali.

La geografia dell’”open innovation” non coincide con un‘immagine piatta del mondo. I luoghi contano perché ognuno è un insieme unico di esperienze, competenze, linguaggi, legami, prospettive condivise, capitale sociale. E’ la dipendenza da questo contesto che rende un territorio più o meno aperto all’innovazione. L’ambiente definisce anche il tipo di innovazione in cui quel territorio può rendere di più.

Perché non ogni luogo può pensare di diventare un centro mondiale di innovazione. Le stesse economie più dinamiche mostrano come i centri di imprenditorialità tecnologica siano fortemente localizzati e a poco servano gli sforzi di clonarli per ottenere una distribuzione geografica più equilibrata. Per questo motivo è meglio dedicare risorse ed energie per facilitare la crescita dal basso di un’imprenditorialità che interpreti e rispetti l’”ecosistema” di un territorio, piuttosto che tentare di incubare la prossima Silicon Valley con strategie top-down.

Questa riflessione è al centro dei tre incontri (Londra, Trento e Copenhagen) con cui l’OCSE sta mettendo a fuoco una nuova strategia dell’innovazione. Nei primi due appuntamenti il punto è stato fatto, rispettivamente, sull’innovazione informale e sul ruolo delle partnership. Grandi e piccole imprese (erano presenti, tra gli altri, Philips  Merck, Lego e Unilever), insieme a governi nazionali e locali, istituzioni internazionali, università e centri di ricerca, hanno tracciato il quadro dei principali mutamenti che stanno rendendo inservibili le tradizionali politiche pubbliche per l’innovazione. Nel terzo incontro, a Copenhagen, sarà il momento di tirare le fila delineando un quadro strategico comune.

Il punto condiviso da tutti è che stanno rapidamente sfumando gli schemi con cui distinguevamo ruoli e settori. Non ci sono più alte barriere a dividere scienza e tecnologia, produttori e consumatori, pubblico e privato. Nel nuovo paradigma anche l’utente partecipa all’attività di ricerca e sviluppo; il ruolo dello scienziato e quello dell’ingegnere non sono più divisi da una distanza incolmabile; le invenzioni sono il prodotto di un’attività molto più collettiva e partecipata che in passato; i ruoli del settore pubblico e del privato non sono più fissati una volte per tutte e immutabilmente, in base al principio che al privato spetta agire quando c’è un mercato ed al pubblico intervenire quando il mercato difetta.

E’ un quadro del tutto nuovo in cui è bene orientarsi in fretta, per tracciare nuove policies con cui affrontare questioni alle quali oggi la spontaneità del processo non è in grado di dare risposta.

Come – ad esempio – il problema di collegare il livello locale dell’innovazione (sempre più centrale in un approccio “open”) alla dimensione globale. La nascita di una rete di economie regionali con specializzazioni distinte e complementari ha in sé la potenzialità di cambiare sostanzialmente la natura della competizione globale, purché questa interazione avvenga secondo un reciproco upgrading.

Oppure come il problema di individuare nuovi meccanismi per produrre quell’”eccesso di capacità” che un tempo faceva parte del compito dei grandi laboratori pubblici e privati, lasciati parzialmente liberi di dedicarsi anche a ricerche non immediatamente utili. Un concetto che tende a sparire nell’epoca dell’”open innovation”. Dove il fattore critico è il tempo  e alla conoscenza si chiede di essere disponibile subito. Ma la fast knowledge non si produce per incanto…