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Mappe emotive

Aveva cominciato in piccolo. Guardandosi intorno. Con le prime mappe (erano appese, ricordo, in un corridoio della facoltà di architettura del MIT) che riproducevano graficamente l’accesso alla rete di studenti e professori del campus, minuto per minuto. Registrando quanto accadeva attorno alle stanze del suo gruppo, il SENSEable City Laboratory. Mostrando punti e globi luminosi in movimento durante il giorno (e di notte) tra aule, biblioteche, caffetterie e dormitori. Chi scambiava dati, chi seguiva a distanza un esperimento, chi controllava la posta, chi sistemava una bibliografia, chi semplicemente navigava alla ricerca di qualcosa di nuovo. Microgeografia della conoscenza in tempo reale. Ogni computer in rete, portatile o fisso, con il suo dot acceso in un disegno di sciami densi o frange rarefatte. Come le riprese dall’alto di città immerse nel buio, riprodotte a velocità accelerata, dove si vedono macchie e scie di luce che si spostano, affievoliscono, esplodono, scompaiono. Immagini pulsanti come le vite di cui catturano le tracce. Ogni vita, ogni gesto, una luce che si accende o si spegne. Solo che qui le vite erano limitate al perimetro del Massachussetts Institute of Technology, con le luci a rappresentare presenze digitali.

Poi Carlo si è allargato alla scala urbana. Roma, per la precisione. Visualizzata nella notte della finale dei mondiali di calcio. Ricordo la complicità sportiva con cui fu seguita la sua presentazione quando venne a Dro a mostrarci le nuove mappe. Questa volta costruita sui flussi delle conversazioni telefoniche. Con i cellulari ad alimentare la danza dei dot: muti, eccitati, sovraccarichi, adrenalinici, impazziti. Prima isolati negli edifici, poi addensati nelle piazze o allungati nelle code dei caroselli di auto. Con saliscendi nervosi per commentare in diretta azioni e gol. Un picco tra primo e secondo tempo. La deflagrazione luminosa dopo l’ultimo fischio dell’arbitro. Geografia dell’emozione in tempo reale. Tutto in una notte. Milioni di voci intrecciate. Terabyte di dati riversati dalle centrali di TIM nei software di Carlo Ratti e del suo gruppo per provare sul campo quanto “senseable” può essere una città. Per visualizzarne la carica emotiva attraverso le tracce lasciate dai telefoni cellulari: quelle appendici irrinunciabili che marcano stretto non solo i movimenti del nostro corpo ma anche il variare degli umori e l’intensità degli stati d’animo.

La terza tappa non poteva che essere New York. City nell’essenza e mondiale per riconoscimento universale. Dove le mappe si sono ampliate ancora di più. Occupando intere pareti del MoMA, grazie alla brillante cura di Paola Antonelli (se qualcuno la conosce, per favore me la presenti! Con venti persone come lei e Carlo si può ribaltare il mondo). La mostra (s’intitola “New York Time Exchange”) questa volta visualizza i flussi delle conversazioni telefoniche e del traffico dati tra New York e il resto del mondo. Geografia della globalizzazione in tempo reale. Chi l’ha vista, come Benjamin Sutherland che ne scrive questa settimana su Newsweek, racconta di un’immagine vivida e emozionante. Capace di spiegare più di mille studi in che mondo siamo. Come quando per la prima volta ci hanno mostrato quell’immagine della terra scattata dalla NASA, un globo blu che galleggiava nello spazio nero.

Sugli schermi appare un reticolo luminoso di punti e archi che rappresenta la mappa delle connessioni tra New York e il resto del mondo. Quasi in tempo reale: i dati AT&T sono processati con un ritardo di due ore. Geografia della globalizzazione che è anche geografia del potere. Quando a Manhattan fa giorno, c’è chi altrove deve svegliarsi nel cuore della notte (o aspettare di andare a letto) per comunicare con i centri della finanza e degli investimenti internazionali. La mappa fluttuante delle chiamate internazionali mostra che il mondo si adegua al fuso orario della Grande Mela, non il contrario.

Ma non sono solo le transazioni finanziarie a tracciare archi lucenti sulle mappe di Ratti. Il traffico telefonico misura la globalizzazione più di ogni statistica sul commercio estero o sugli investimenti internazionali. Ad ogni livello, anche quello dell’immigrato povero o del lavoratore clandestino che chiama il suo paese per comunicare con la famiglia. Con i costi delle telecomunicazioni che non rappresentano più una barriera (e il low cost che ha democratizzato la jet-society), la globalizzazione non è più esclusiva di pochi.

Poche immagini rendono con la stessa potente evidenza di queste mappe come l’umanità oggi sia connessa. Come mai lo era stata prima. E al tempo stesso rende ancora più chiaro cosa vuol dire appartenere a quelle grandi aree scure, scavalcate dai flussi di informazione e di comunicazione. I perdenti della globalizzazione. Ma anche questa è parte integrante della rappresentazione “senseable” del mondo in cui stiamo vivendo.