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Design and the Elastic Mind

New York. MoMA, ore 4.00 pm. Design and the Elastic Mind e’ l’exhibition curata da Paola Antonelli (ancora nessuno si e’ fatto avanti per presentarmela…).

L’elasticita’ del titolo sta ad indicare che alla mente non basta piu’ la capacita’ di adattarsi al nuovo, ma serve velocita’ nel farlo. Il tema e’ quello del cambiamento imposto dall’innovazione scientifica e tecnologica. Il controtema e’ la necessita’ di non farsene travolgere, di non rinunciare alla dimensione dei propri obiettivi e ritmi, di non stravolgere totalmente il proprio senso del tempo. Il design e’ evocato come mediatore. Suo il compito di accompagnarci nel cambiamento, ponendosi tra rivoluzione e vita quotidiana. Come – ad esempio – quando si tratta di ricondurre ad una scala umana, comprensibile, le dimensioni dell’estremamente piccolo e dell’estremamente grande verso le quali si sono espanse negli ultimi anni tanto la scienza quanto la tecnologia.

Design come antidoto allo spaesamento e all’insicurezza, dunque. Perche’ rimodella lo spazio intorno a noi in modo che ci sia familiare, e consente al nuovo di comunicare con noi attraverso idee e oggetti che possiamo comprendere e usare. Piu’ e’ veloce il cambiamento tecnologico piu’ urge la mediazione del design per stabilire un nuovo ritmo e tessere la nuova rete di rapporti con gli oggetti e le idee che hanno fatto irruzione nella nostra vita, minacciandola. 

Quindi il design incontra la scienza e la tecnologia: nanostrutture, sistemi biologici, reti di sensori, intelligenza distribuita, cosmologia. Non piu’ solo per "dare forma" a oggetti nuovi (come prima, fino al movimento dello "human centered design", ci si poteva limitare a fare), bensi’ per "interpretare" la realta’ che cambia. Che poi altro non e’ – l’interpretazione – se non il nome da dare all’innovazione nel nuovo scenario accelerato, in cui non c’e’ tempo per mettere in fila, passo dopo passo, tutte le fasi che conducevano da un problema alla sua soluzione. Perche’ la soluzione va trovata gia’ mentre emerge la consapevolezza del problema. In una "conversazione" alla quale non prendono parte solo scienziati, tecnologi e ingegneri (i depositari della cultura del "problem solving"), ma chiunque. Chiunque (e siamo tutti) senta il bisogno di riconciliare i ritmi imposti dall’innovazione con quelli che definiscono l’esistenza delle persone. Lenti e timorosi come siamo.