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Caro sole, caro

In Germania si dibatte. La CDU di Angela Merkel ha tirato un sasso in piccionaia proponendo di ridurre gli incentivi che SPD e Verdi avevano introdotto anni fa, per favorire la diffusione dei pannelli solari. Con successo, visto che la Germania (non proprio "’o paese d’o sole") in pochi anni ha ottenuto una riconosciuta leadership nel settore. E’ il terzo paese produttore di pannelli e celle fotovoltaiche, dopo Cina e Giappone, e ha industrie ai vertici mondiali. La Q-Cells l’anno scorso ha sorpassato la Sharp divenendo il più grande produttore di fotovoltaico, con progetti ambiziosi di internazionalizzazione. L’industria del solare tedesco attira investitori da tutto il mondo e cresce senza sosta. La Germania conta circa la metà dei pannelli fotovoltaici installati in tutto il mondo, anche se la percentuale del solare sul fabbisogno di elettricità tedesco non supera lo 0,6 per cento del consumo (contro il 6,4 per cento dell’eolico).

Parte importante di questo successo si deve appunto ad un sistema di incentivi pubblici che molti altri paesi hanno finito per copiare. Chi produce elettricità con il sole ha la garanzia di poterla vendere – ad un prezzo superiore al mercato e fisso per vent’anni – alle società di distribuzione elettrica. Queste a loro volta scaricano il sovrapprezzo sul consumatore finale determinando un aumento generalizzato delle tariffe, che oggi è modesto (circa un euro al mese sulla bolletta media di una famiglia) ma agli attuali ritmi di crescita del solare potrebbe arrivare entro pochi anni a livelli sette-otto volte più alti. Più aumenta il volume di energia prodotta dal sole (che in Germania non è limitato, a differenza degli altri paesi) più crescono i costi dell’elettricità, con la previsione di arrivare ad un sovraccosto di circa 184 milioni di euro entro il 2015.

Da qui la proposta CDU: ridurre del 30 per cento i sussidi. Un progetto che sta suscitando la reazione delle aziende del settore, molto preoccupate di perdere il vantaggio competitivo accumulato in questi anni. Nonché degli ambienti di ricerca (come il Fraunhofer Institut fuer Solare Energiesysteme di Friburgo) che fanno osservare come il taglio di sussidi andrebbe piuttosto indirizzato alla declinante industria del carbone, foraggiata con 180 milioni di euro all’anno, benché non abbia alcuna prospettiva di crescita e di leadership tecnologica, come invece assicura l’industria solare. I difensori dell’energia solare sostengono inoltre che questa manovra si tradurrebbe in un vantaggio per le grandi utilities, uniche a poter sostenere gli ingenti costi di investimento richiesti da un ulteriore sviluppo dell’eolico. Insomma dietro al taglio degli incentivi per il fotovoltaico ci sarebbe lo scontro tra un modello basato sulla generazione di energia concentrata nelle mani di poche aziende, da un lato, e un modello più decentrato in cui a prevalere è la microgenerazione alla portata della singola famiglia, dall’altro.

Ciò di cui si dibatte in Germania è il tema, cruciale, di come una società sensibile ai problemi della sostenibilità e dell’ambiente debba gestire la costruzione di un mercato di massa per le energie rinnovabili. Pesando con attenzione i diversi fattori che entrano in gioco. Perché non è detto che una fonte di energia ultrasovvenzionata sia la migliore alternativa, benché rinnovabile. Nè è scontato che si debba rinunciare al primato tecnologico per motivi di bilancio, di cui invece non si tiene conto quando si parla di altri settori economici meglio rappresentati nelle stanze in cui si prendono le decisioni che pesano.

Scelte complesse da affrontare senza troppi preconcetti. Soppesando le diverse ragioni. Proprio il pane della politica, quando non perde la sua ragione d’essere. In Germania…