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Ripartire dai luoghi

Lisbona, marzo 2000: riunione del Consiglio Europeo. Al cambio di millennio l’Unione europea fissa la propria strategia di sviluppo: (i) generare e mantenere una crescita sostenibile, (ii) creare più posti di lavoro e di qualità migliore, (iii) assicurare la coesione sociale.

E’ la "strategia perfetta", meglio nota come strategia di Lisbona, e il suo dogma recita: "EU set itself a new strategic goal for the next decade: to become the most competitive and dynamic knowledge-based economy in the world, capable of sustainable economic growth with more and better jobs and greater social cohesion" (l’Europa si assegna un nuovo obiettivo strategico per il prossimo decennio: diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, capace di assicurare una crescita economica sostenibile con più e migliori posti di lavoro e una più ampia coesione sociale).

Le cose, sappiamo, sono andate diversamente. A meno di due anni dalla scadenza, quell’ambizioso obiettivo è lontano e l’Europa non detiene la leadership della "knowledge-based economy". L’economia globale ha rimescolato le carte, nuove gerarchie sono emerse, ma salvo pochi casi il vento dell’innovazione ha soffiato più forte altrove. Con una crescita economica debole si sono allontanati anche gli obiettivi di ottenere "migliori posti di lavoro" e maggiore "coesione sociale". Non è solo l’Italia ad essere visitata dai timori di tempi più difficili, che si accompagnano ad una percezione di vulnerabilità sociale spinta in alcuni casi (sempre meno rari) fino alla protesta antisistema delle ex-classi medie e alla xenofobia. Ma il fatto che sia un problema comune a molti altri paesi europei (anche se nessuno è al livello italiano) non contribuisce a risolverlo.

Se fino a qualche anno fa le politiche comunitarie di coesione miravano al riequilibrio tra aree a crescita veloce e aree a crescita rallentata, oggi i problemi non sembrano risparmiare nessuno, anche quanti si consideravano dinamici e competitivi a livello mondiale. Pensavo ieri, mentre discutevamo il nuovo programma operativo del Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), che s’impone un ripensamento. Messa da parte la baldanza, figlia di tempi migliori, che dava per scontate leadership tecnologiche purtroppo immaginarie, bisogna ripartire dall’analisi di quel che è (e non di quel che si vorrebbe). Per capire cosa manca alle nostre realtà di ricerca, che non hanno nulla da invidiare ad altre per qualità scientifica ma sono incredibilmente refrattarie a trasferirla in innovazione; o qual è il motivo per cui le nostre imprese, anche quando innovano i processi produttivi, non ottengono progressi proporzionati sul versante della produttività. Il nostro limite sembra essere l’incapacità di sistematizzare: abbiamo isole avanzate che restano a distanza le une dalle altre, senza il senso dell’integrazione.

Senza farla lunga, vado al punto. L’economia globale non ha affatto "appiattito" il mondo, come invece sostiene con troppo ottimismo chi pensa che ora tutti possono essere baciati dallo sviluppo e come lamenta con troppo pessimismo chi teme l’invasione dei nuovi competitori, contro i quali vorrebbe erigere barriere protettive. Il mondo globalizzato non ha concesso a tutti pari opportunità, però lo ha reso più accessibile da parte di nuovi soggetti, con una mobilità delle gerarchie economiche più rapida che nel passato. Sta ai "luoghi" (come territori, comunità, sistemi subnazionali) collocarsi in questo nuovo contesto, specializzandosi in ragione della propria "path dependency". Il mondo globale è composto da una miriade di sistemi in dialogo che prescindono dalla prossimità fisica, ma dipendono dalla rete di rapporti costituiti in base alle competenze e alle vocazioni specifiche. La geografia torna a contare (ammesso che abbia mai smesso) perché le reti brevi costituiscono una dimensione ideale per recuperare quel senso di interazione/integrazione che altrimenti sfugge.

Una nuova politica di coesione comunitaria dovrebbe ripartire da qui. Anzichè spendere risorse (comunque troppo poche, rispetto al bilancio della politica agricola) per un disegno di ricongiungimento tra zone che si suppongono periferiche e zone che si definiscono centrali, sarebbe meglio prendere atto che le gerarchie non sono più stabili e i "luoghi" possono esprimere potenziali di innovazione imprevedibili. Se c’è un livello da cui cominciare la ricomposizione tra ricerca, innovazione e produttività, assumendo la coesione sociale come vincolo positivo e non astratto, questo è appunto il territorio. Nella sua irriducibile differenza. Quando l’ orizzonte dei programmi europei si sarà reso conto di questa nuova realtà, potremmo prendere congedo dal sogno di Lisbona e dare spazio ad una strategia di sviluppo radicata su quello che i luoghi davvero sono.