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Sticks. E il confine svanisce…

Ancora una cineseria, poi mi contengo per un po’ altrimenti qualcuno comincerà a pensare che soffro di monomanie. Sconfinando oltretutto su un terreno che per me è, letteralmente, scivoloso. La danza (attiva o passiva) mi è estranea. Provare per credere.

Il fatto è che ho visto Sticks ed è stata una rivelazione. Non so come se la caveranno Lanfranco Cis e Paolo Manfrini in futuro. Fin qui accostare Oriente e Occidente – come hanno fatto in questi anni, nel bel festival di danza contemporanea di cui sono fondatori – era un’operazione d’avanguardia. Culture distanti, sconosciute, un po’ esotiche. Ogni volta un viaggio nella nostra ignoranza verso l’altra metà (abbondante) del mondo.

Ma poi arrivano questi cinesini del Guandong che lasciano da parte tradizione e richiami al patrimonio d’oriente. In scena trentacinque minuti di nevrosi contemporanea, che mette in primo piano – udite, udite – proprio l’aborrito individuo, l’automa disarticolato figlio di un’alienazione globale, la negazione dell’identità collettiva della cultura orientale. Gesti meccanici con cui ognuno riempie lo spazio, a tratti in una bolla solitaria e a tratti incrociando (o forse scontrandosi) con altre presenze altrettanto disanimate.

Altro che Oriente e società dell’armonia: qui tutto – scena, coreografia, musiche (un incrocio tra Stockhausen e Sigur Ros, tanto per tracciare la latitudine) – richiama uno sfondo comune in cui est e ovest non si distinguono più. Potrebbe essere il repertorio di una compagnia islandese o belga. L’origine è cancellata. E resto colpito dalla scoperta.

Magari è cosa già nota a tutti e sono l’ultimo ad essermene accorto. Però anche nelle espressioni artistiche la Cina oleografica appartenente ad un Oriente distante e misterioso rappresenta solo una parte della storia, quella passata. Il contemporaneo parla invece una lingua che non ha nulla di diverso da quella, meticciata, che ascoltiamo nelle nostre capitali della cultura, da Berlino a New York.

Anche in questo il confine tra oriente e occidente si assottiglia, sempre di più.