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Il sole cura tutto. Anche la disoccupazione.

Sono un sostenitore convinto, anzi entusiasta, della green economy. Credo fermamente che un settore sul quale oggi puntare con decisione – malgrado la crisi, o meglio proprio a motivo di questa – sia la combinazione di tecnologie sostenibili e energeticamente efficienti. Non ho dubbi che il mondo delle costruzioni dovrà trasformarsi profondamente, forse più ancora di quello dei trasporti. Vorrei vedere l'Italia alla testa di un movimento di rigenerazione economica fondato su imprese innovative nel settore ambientale. Però questa posizione schierata non mi impedisce di avvertire un brivido quando capita, sempre più spesso, che di fronte alla chiusura di una fabbrica, alla crisi di un'azienda, la reazione istintiva oggi – da parte di sindacati, politici, uomini di lettere, gente di spettacolo e rappresentanti religiosi – sia quella di invocare l'apertura di uno stabilimento per la produzione di pannelli fotovoltaici. Silicio come antibiotico universale, solare come toccasana infallibile. Ma le cose non stanno proprio così. Il solare italiano arricchisce altri paesi più che il nostro. E quando si parla di tecnologie verdi, anziché ripetere in coro che il sole ci salverà, sarebbe meglio dar spazio a valutazioni attente e documentate di tutte le opzioni, per scegliere quelle più adeguate al nostro sistema (o quelle per le quali abbiamo ancora possibilità di sviluppo, in un mercato che sta diventando sempre più competitivo). E' consigliabile, per evitare scottature.