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La testa tra le nuvole

Eravamo rimasti ai bollori berlinesi. Poi più nulla. In preda alla tentazione di sgocciolare via, consumati, come quelle statuine di ghiaccio condannate dal riscaldamento globale. Silenziosamente e un po' vigliaccamente. Pur di non fare in conti con le grandi questioni civili che in questi mesi hanno occupato la scena del nostro paese: dalla pochade in stile fine impero delle notti di via Grazioli alla nemesi storica di via Gradoli, prima covo BR e poi alcova per viados. Impietriti di fronte all'indigeribile contorno che sta accompagnando questa straordinaria parabola della nostra storia patria.

E' così sorprendente, in tutto questo, che potesse venire voglia di alzare gli occhi al cielo, per cercare una nuvola su cui trovare rifugio? Magari una bolla sospesa a mezz'aria, lontano dai rumori, da cui guardare a  distanza di sicurezza. Galleggiando lontano dalla piatta superficie.

Qualcuno lo spiega come un gesto artistico, altri come un traguardo nell'esplorazione di nuove interfacce. Altri ancora come la frontiera di una nuova architettura in cui si mescolano digitale e materia fisica, per creare l'icona di una broadcasting humanity.

Per me, più semplicemente, raise the cloud è stato soprattuto un gioco appassionante per lanciare la testa tra le nuvole. Combattendo i vincoli della forza di gravità (e non solo quella fisica), invece che sgocciolare via piano piano.